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16.02.2019

Sana, omicidio senza colpevoli Assoluzione per tutti i parenti

Sana Cheema è stata uccisa, ma nessuno pagherà per il suo assassinio. Il tribunale distrettuale di Gujrat, nel nord-est del Pakistan, ha assolto «per mancanza di prove» il padre, lo zio e il fratello della giovane italo-pakistana di 25 anni, residente a Brescia, tornata nel Paese natio la primavera dello scorso anno per trascorrere del tempo con i parenti che, invece, l'avevano attirata in una trappola, per costringerla a nozze combinate. LA NOTIZIA è arrivata inaspettata ieri notte. Sono stati i siti d'informazione pakistani a divulgala con un tam tam mediatico che in poche ore ha raggiunto l'Italia. Quello stesso tam tam che nell'aprile 2018 aveva sollevato il caso richiamando l'attenzione internazionale, tanto da far sperare in un epilogo di giustizia per la giovane morta per mano di chi, invece, avrebbe dovuto proteggerla. Ma dopo quattro mesi di processo, il giudice Amir Mukhtar Gondal ha ordinato il rilascio del padre di Sana, Ghulam Mustafa Cheema, del fratello Adnan e dello zio Mazhar Cheema: non ci sono prove che vadano oltre «ogni ragionevole dubbio» e non ci sono testimoni. Eppure, nel corso delle indagini, i tre familiari confessarono di aver ucciso Sana perché aveva «disonorato» la famiglia. Una confessione tuttavia fatta a telecamere spente, al termine di un'intervista, e poi ritrattata. Sana Cheema è morta per cause naturali, come avevano sostenuto i familiari? No. Allora è stata strangolata come ha rilevato l'autopsia? Sì, come affermativo è il fatto che qualcuno abbia cercato di manomettere il rapporto sull'esito dell'esame autoptico dietro versamento di una tangente, tanto che la Forza anticorruzione del Pakistan aveva effettuato degli arresti. Tutto inutile. Le prove raccolte non sono state sufficienti a provare la colpevolezza di tutti gli imputati. Sana Cheema, 25 anni, viveva a Brescia dove era perfettamente integrata: dopo il diploma aveva iniziato a lavorare, avviando un'agenzia di pratiche automobilistiche. Coltivava il desiderio d'indipendenza e speranze d'amore. Un disegno di vita osservato da lontano dal padre, che per lei aveva ben altre ambizioni. Lo scorso anno, era tornata nella città natia di Gujrat, come era solita fare. Un viaggio come tanti altri per trascorrere del tempo con i familiari, che si è ben presto rivelato una trappola. Non sapremo mai come sono trascorsi quei giorni, quali parole la giovane abbia scambiato con la madre, il padre e i fratelli. Sappiamo, però, che il 19 aprile 2018 non è mai salita sull'aereo che avrebbe dovuto riportarla in Italia. POCHE ORE prima qualcuno ha stretto le mani - o forse un foulard - attorno al suo collo, fino a toglierle il respiro. «Morta per cause naturali», avevano detto i familiari. Ma il drammatico video del funerale, con la madre in lacrime, era arrivato fino a Brescia, con tutto il suo carico di sospetti sollevati dagli amici della giovane, rendendo impossibile nascondere la vicenda. Nell'inchiesta aperta dalla polizia pakistana erano finiti i familiari di Sana Cheema: padre, fratello, zio e madre, fino a iscrivere undici persone nel registro degli indagati, a vario titolo, per omicidio e soppressione di cadavere. Tutti assolti. Il resto è cronaca: tomba posta sotto sequestro, riesumazione della salma, autopsia. Strangolata a morte, decretò l'esame autoptico. «Se il referto dei medici legali dice che Sana aveva l'osso del collo rotto - controbatté il padre - è perché deve aver battuto la testa contro il bordo del letto o il divano». Sana Cheema è stata uccisa, ma non ha avuto giustizia. Questa è una verità incontrovertibile. Come se macchiare l’onore fosse più grave del macchiarsi le mani di sangue. Di sangue del proprio sangue. •

Paola Buizza
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