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13.12.2017

Terrorismo,
un like è indizio
di colpevolezza

Gaffur Dibrani è al  centro di una complessa vicenda in cui sono contrapposti Procura e Riesame
Gaffur Dibrani è al centro di una complessa vicenda in cui sono contrapposti Procura e Riesame

L’apologia dello Stato Islamico passa anche attraverso uno dei gesti più diffusi al giorno d’oggi. Un «like» per la Cassazione basta e avanza per una misura cautelare. In estrema sintesi è quanto stabilisce nella sentenza pronunciata su ricorso della procura di Brescia.

LA VICENDA È QUELLA in cui è rimasto coinvolto Gaffur Dibrani, un kosovaro che abitava a Fiesse da dieci anni. Ai primi di novembre del 2016 la digos della Procura di Brescia l’ha arrestato. Poi è iniziata quella che, da anni è una situazione, con punti di vista opposti, tra tribunale del Riesame di Brescia e procura quando ci si trova di fronte a indagini su casi di terrorismo. Il Riesame ha scarcerato Dibrani, difeso dall’avvocato Marco Capra. Il kosovaro è stato immediatamente espulso ed è tornato nel paese d’origine. Ma in seguito al ricorso in cassazione da parte della procura il tribunale del Riesame si è ritrovato a dover riesaminare il caso. Anche in questo caso però i giudici bresciani non hanno ritenuto sussistere le esigenze cautelari. E la procura si è rivolta nuovamente alla Corte di Cassazione che le ha dato ragione. Per Dibrani ci sarà quindi una nuova pronuncia del tribunale del riesame.

LA QUINTA SEZIONE penale della Cassazione, in particolare ha specificato che quando si tratta di decidere sulla custodia cautelare i giudici devono tenere presente «il rischio effettivo della consumazione di altri reati derivanti dall’attività di propaganda». Quindi nell’escludere il reato di istigazione a delinquere, secondo la Cassazione, il riesame di Brescia «ha ridimensionato la portata apologetica di due video» diffusi da Dibrani sul suo profilo facebook , «sul rilievo dell’asserita breve durata - ben 11 giorni - della condivisione degli stessi» e della circostanza che uno dei due video sarebbe stato diffuso con la sola opzione “mi piace”». Ma questi , sottolinea la Cassazione, sono elementi «non certo idonei a ridurre la portata offensiva della sua condotta » in considerazione della «immodificata funzione propalatrice svolta in tale contesto dal sociale network facebook». Un’importanza determinante, nell’intera vicenda giudiziaria assume quindi il contenuto dei due video ritenuti dalla procura e dal gup di Brescia di «natura apologetica e propagandistica dello Stato Islamico». In uno un combattente predica l’unione dei fratelli per aiutare la Siria, “pregando perchè Allah lo accetti come martire” e si inneggia ai mujahideen “caduti per proteggere i musulmani nella guerra contro i nemici di Allah”. Secondo il tribunale del Riesame il riferimento non era all’Isis. Ma la Cassazione dissente e sottolinea che «è pacifico» che Dibrani «abbia inneggiato apertamente allo Stato Islamico ed alle sue gesta e ai suoi simboli». Ora si torna quindi al Riesame, sulla base di quanto stabilito dalla Cassazione. M.P

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