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29.09.2017

Uccise il fratello
in un forno:
preso Cominelli

Dietro una porta. Era tutto lì, goffamente nascosto. C’era quel viso con la barba lunga, c’erano sette anni di latitanza. E dietro la porta che i poliziotti della Mobile hanno aperto ieri mattina a Brescia, al civico 13 di via Calatafimi, c’erano anche i sentimenti di una donna accusata d’aver favorito quella latitanza «per amore». Claudio Cominelli, 56 anni, era ricercato da quando la Cassazione ha confermato nei suoi confronti una condanna a 24 anni (poi ridotti a 21 per l’indulto) per «omicidio volontario» e la conseguente distruzione del cadavere.

LA VITTIMA è Walter Cominelli, fratello di Claudio, e il delitto avvenne nella notte tra il 16 e il 17 dicembre 1992 a Caionvico. In primo grado Claudio Cominelli, assistito dall’ avvocato Sandro Mainardi, fu assolto. Ma il verdetto è stato poi ribaltato in secondo grado, con la conferma della condanna in Cassazione.

Nelle ore successive alla sentenza della Suprema Corte, però, ogni tentativo di rintracciare il condannato si era rivelato inutile. Per sette anni, fino a ieri mattina. In realtà da qualche mese gli investigatori della squadra Mobile, guidati da Alfonso Iadevaia, erano sulle tracce del latitante. C’erano motivi per ritenere che saltuariamente vivesse a Brescia e, per catturarlo, si trattava solo d’attendere il momento buono. Le indagini sono passate attraverso appostamenti, ma non hanno trascurato i social. E proprio su un «social» una delle figlie gli aveva mandato un saluto in occasione della festa del papà. Ma quello che, nelle indagini coordinate dalla Procura generale di Brescia, ha ricoperto un ruolo determinante sono stati i sentimenti. Quelli vicendevolmente provati da Cominelli e dalla sua compagna. Tenere d’occhio la donna si è rivelato fondamentale per poter rintracciare il «covo», un appartamento in linea d’aria a circa un chilometro e mezzo dal palazzo di giustizia e poco più del doppio dalla questura. Cominelli in questi sette anni non è stato sempre lì. Di sicuro ha trascorso del tempo nella zona di Ancona, in una sorta di rifugio vicino al mare. Ma saltuariamente tornava a Brescia, in quell’appartamento a ridosso del centro, con i collegamenti internet per poter trascorrere il tempo davanti alla televisione.

IL RICERCATO INOLTRE non aveva escluso che un giorno gli potessero essere chiesti i documenti d’identità. Come è avvenuto ieri. Quando ha provato, in qualche modo, a nascondersi dietro una porta in casa. Ma il tentativo di farla franca si è rivelato inutile. Così come si sono rivelati inutili la porta blindata, un artigianale sistema di videosorveglianza dell’appartamento e una carta d’identità intestata a una persona realmente esistente. Tutto per prolungare una latitanza che sembra difficile poter definire dorata. Ma che a Cominelli andava bene anche solo per un fatto: la convinzione d’essere innocente. Non ha avuto esitazioni nel ribadirlo anche ieri ai poliziotti, prima d’essere portato in carcere: «La mia condanna è un’ingiustizia». Con la stessa naturalezza poco prima, vedendo che i poliziotti stavano chiamando la questura, ha ammesso: «Sì, sono Claudio Cominelli». E gli sono scattate le manette ai polsi per quel delitto di un quarto di secolo fa, che la giustizia considera avvenuto tra fratelli. Un omicidio cui hanno fatto seguito indagini e processi che hanno attraversato ben 25 anni. Al punto che tra i poliziotti impegnati nelle ricerche, finalmente andate a buon fine, di Claudio Cominelli, c’era il figlio di uno dei poliziotti che nelle ore successive all’esplosione del forno in cui era stato gettato il cadavere, furono impegnati nelle indagini. Oggi Cominelli tornerà davanti a un giudice. Non una corte d’assise o una corte di cassazione. Sarà per una direttissima, per quella carta d’identità intestata a un ignaro bresciano, che non è bastata a depistare la Polizia. Sovrastata dagli indizi figli di quei sentimenti che prima hanno permesso a Cominelli di sfuggire al carcere e poi, involontariamente, glien’hanno aperto le porte.

Mario Pari
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