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13.10.2017

Un «jeté» verso
Roma, il sogno di
Valentina Cerni si avvicina

La danzatrice Valentina Cerni   in tutta la sua grazia e agilità a Roma
La danzatrice Valentina Cerni in tutta la sua grazia e agilità a Roma

Certe scelte sono naturali, automatiche, immediate. Quando ogni energia, guidata da incrollabile volontà, mira alla concretizzazione di un sogno coltivato fin dall’infanzia, la via da imboccare appare nitida e priva di sentieri secondari che possano confondere. Il percorso della 19enne bresciana Valentina Cerni mostra i segni leggibili di questa determinazione, le tracce di un cammino coerente e rigoroso. Ma non privo di creatività.

Dopo essersi diplomata in luglio allo scientifico Copernico, la giovane ha scelto di ascoltare il richiamo di una passione sbocciata prestissimo. «Avevo sette anni, ero in seconda elementare — racconta. Al Vittoriale di Gardone assistetti elettrizzata alla rappresentazione del balletto “Romeo e Giulietta”, coreografato da Petipa su musiche di Prokef’ev. Non riuscivo a staccare gli occhi dai movimenti dei ballerini. Da quel giorno ho deciso che avrei studiato danza classica e che, se ne avessi avuto l’opportunità, quella sarebbe diventata la mia strada». Per cinque pomeriggi a settimana Valentina ha studiato tecnica della danza classica e tecnica della danza contemporanea con le insegnanti Antonella Massussi e Jenny Perrone alla scuola Danza Laboratorio di via Val Daone (a Costalunga). A giugno il grande passo: andare a Roma per sostenere l’esame pratico di ammissione all’Accademia Nazionale di Danza, istituto di alta cultura fondato nel 1940 sul colle Aventino con il nome di Regia Scuola di Danza e unica nel panorama formativo dell’arte coreutica a fornire un diploma accademico di primo e secondo livello equiparabile alle lauree triennali e specialistiche universitarie.

«All’inizio tutto sembra estremamente complicato, ma è l’agitazione del momento ad ingannare. Tanti anni di preparazione ad alto livello si sono dimostrati indispensabili», sottolinea Valentina, ricordando con gratitudine il contributo della propria insegnante. «Quando ho iniziato a danzare mi sentivo molto insicura riguardo alle mie capacità, Antonella mi ha educato a tenere la testa alta e a individuare i miei talenti. L’attitudine che ho sviluppato mi è servita anche per affrontare il carico di lavoro scolastico». Alla fine la tanto agognata ammissione è arrivata e da novembre Valentina si trasferirà nella capitale per iniziare i corsi del triennio classico, studiando con docenti dell’Accademia Nazionale di Danza e maestri di fama internazionale. Cercando costate ispirazione in due modelli differenti di stile e interpretazione: l’elegante ballerina russa Svetlana Zakarova e l’astro nascente Juliet Doherty, ventenne americana di Phoenix.

CI VORRÀ DEL TEMPO, ma Valentina intravede già l’orizzonte della propria maturità. Possibilmente all’interno di una compagnia. «Sicuramente tornerò a Brescia, anche se bisogna ammettere che non è una città a misura di danzatore. È troppo piccola e chiusa per dare realmente valore a una simile forma d’arte, perché di questo si tratta, non di una semplice attività sportiva come tanti erroneamente credono», ribadisce. E il panorama nazionale non si discosta di molto. «Qui in Italia pochi sanno riconoscere il lavoro e l'impegno che si nasconde in una coreografia o in una performance danzata, e sono anche poche le scuole in grado di preparare adeguatamente. Molte puntano sui numeri e non sulla qualità dell’insegnamento» precisa. Il problema è a suo avviso culturale e legato alla scarsa attenzione dedicata alla materia da parte del sistema educativo e dei media. «Spesso la danza contemporanea è confusa con la moderna o addirittura con l’hip-hop, mentre essa ha alle spalle una storia fatta di avanguardie e di rottura con la tradizione». La danzatrice bresciana si augura di poter ottenere il titolo di docente per poter insegnare a un liceo coreutico, percorso di studi superiori il cui programma didattico — introdotto attraverso la riforma che ha istituito i Licei Musicali e Coreutici — prevede lo studio tecnico-pratico e teorico della danza. «Purtroppo, sebbene ne stiano nascendo parecchi, nel bresciano non ce ne sono ancora. La musica è a torto considerata più importante e degna di nota rispetto alla danza, quando invece le due realtà potrebbero benissimo costituire un insieme armonico e sinergico».

Davide Vitacca
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