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23.01.2018

«Vaccini,
Lega e M5S
indecenti»

Beatrice Lorenzin, ministro della Salute nel Governo Gentiloni
Beatrice Lorenzin, ministro della Salute nel Governo Gentiloni

Beatrice Lorenzin, ministro della Sanità in questa intervista esclusiva al nostro giornale affronta alcuni temi nodali che riguardano il sistema sanitario nazionale, ma getta luce anche sull’alleanza con il centrosinistra in vista delle ultime elezioni. Il ministro tra l’altro si dice favorevole ad una riconferma di Paolo Gentiloni alla guida del governo anche in caso di una maggioranza allargata se le urne non designeranno un vincitore in grado di guidare il paese. Alla guida di Civica Popolare Beatrice Lorenzin ha scelto come simbolo un fiore con tanti petali quanto sono le varie anime dell’accordo. Signor ministro, è riesplosa la polemica sui vaccini con Lega e Movimento 5 Stelle che annunciano, una volta al Governo se ci arriveranno, che verrà tolto l'obbligo delle vaccinazioni limitandosi a fornire solo un generico consiglio o invito. Cosa ne pensa? «Le istituzioni pubbliche non devono dare consigli e tantomeno possono farlo le istituzioni sanitarie. Queste ultime hanno il compito di promuovere iniziative sulla salute pubblica. Quando scatta l'allarme sui dati delle vaccinazioni che scendono sotto la soglia del 95 per cento è nostro dovere intervenire disincentivando anche le fake news, che sono in pratica diventate la base programmatica di alcuni partiti. Con cinquemila casi di morbillo registrati nel nostro paese, il quaranta per cento di ricoveri in ospedale e alcuni casi di mortalità non può non scattare l'allarme. E questo vale per la pertosse, ma anche per l'epatite e ancora per la poliomielite. Le vaccinazioni sono dunque importanti e mettono soprattutto al riparo da queste malattie i bambini. Il tema della salute non è una responsabilità individuale, ma è un problema collettivo di cui si deve fare carico lo Stato». Cosa c'è secondo lei dietro a questo rifiuto politico delle vaccinazioni? «Credo ci sia una doppia verità: da un lato una classe politica ipocrita che maschera la sua opposizione alle vaccinazioni con proposte a metà: io non ti impongo nulla ma semmai ti invito a vaccinarti, te lo consiglio. Posizione ipocrita, appunto. L'altra faccia della medaglia è quella di un montante sentimento antiscientifico. La scienza è diventata ai loro occhi come le istituzioni in una sorta di antipolitica che diventa antiscienza. È la politica dell'antisistema che si compiace di terapie fasulle o inesistenti, di strampalate posizioni sull'alimentazione e di fantasiose terapie anticancro. È nata così una sorta di religione antiscientifica che costituisce un nuovo e pericoloso elemento ideologico». Un pericolo per la salute pubblica? «È un vero e proprio neomedioevo fatto, come ho detto, di pseudo terapie. È molto pericoloso perché applicabile a tutto se non si riconosce il valore del dato scientifico. Questi teorici del neomedioevo o ci credono e sono molto pericolosi o sono opportunisti in cerca di consensi e voti e allora oltre che pericolosi sono anche indecenti». Con la riforma della sanità in Lombardia, gli ospedali pubblici di eccellenza nella ricerca e nella cura degli acuti si troveranno con un carico di casi cronici e tutta la partita dell'assistenza sulle spalle. Non si rischia di deprimere ancora di più le punte di eccellenza e penalizzare il pubblico a favore del privato? «Il problema non è la riforma, che prevedeva che gli ospedali dovessero occuparsi del territorio solo dopo che la Regione avesse individuato le articolazioni territoriali con le quali dovevano interagire, ovvero i Presidi ospedalieri territoriali ed i Presidi sociosanitari territoriali. Il problema è che le modalità d'attuazione prescelte dalla Giunta regionale, con la creazione dei gestori, una sorta di nuovo soggetto erogatore non previsto specificamente dalla legge, ha obbligato le strutture pubbliche a farsi carico di tutto il territorio, mentre i privati accreditati attendono e cercano di capire se questa soluzione funzionerà oppure no. Ci risulta che ad ora abbia aderito circa il 30% dei medici di base. Il punto è che il ministero della Salute ha approvato la sperimentazione della legge e la Regione sta sperimentando un modello che non ricalca esattamente il concetto di rete». I medici di base, una figura che un tempo era un vero presidio di primo livello: erano vicini alle famiglie, conoscevano i pazienti... Oggi non è tanto e solo il problema di essere o no un passacarte, è che sono accusati di poca disponibilità, strettamente solo nelle ore di ambulatorio. Come se un ospedaliero lavorasse tre o quattro ore al giorno. I medici di base rispondono che mantenere un infermiere è oneroso. I pazienti finiscono con l'abusare del Pronto soccorso, intasandolo. Che fare? «I medici di base vanno coinvolti in un processo organizzativo che li faccia lavorare al meglio, in moda da potersi innanzitutto interfacciare con gli specialisti e gli altri operatori. Andrebbero dunque utilizzati tutti i dati del paziente a disposizione del servizio sanitario regionale, ma il sistema informatico che lo supporta non lo consente. La Regione, a quanto mi risulta, ha investito molto poco sulla digitalizzazione, unico vero presupposto affinché i dati tra i medici di base e tutti gli erogatori si possano integrare. Insomma, se il sistema non interagisce, è difficile impedire l'accesso ingiustificato dei cittadini al Pronto soccorso e dare piena attuazione alla riforma». Il sistema degli accreditamenti in Lombardia ha permesso di avere più soggetti erogatori di servizi sanitari nel servizio sanitario pubblico, ma, come si è visto in questi anni, ha anche alimentato il malaffare nella sanità lombarda. Non si può ridurre tutto al mantra dell'eccellenza. Sono solo colpe individuali? O si possono immaginare correttivi? «Non è il numero degli erogatori che determina il malaffare, che in Lombardia si è manifestato indistintamente sia nelle strutture di proprietà pubblica che in quelle del privato accreditato. Pertanto, non è un problema di pubblico o privato, la Regione deve svolgere correttamente le sue funzioni relative alla programmazione e al controllo, sia per la qualità delle prestazioni che per la gestione delle aziende. L'efficienza di una struttura sanitaria, di qualunque natura, è misurabile e controllabile. Il livello di “appropriatezza” deve corrispondere alla complessità richiesta dalla patologia in esame». Gli Spedali Civili di Brescia sono stati tristemente protagonisti nel caso Stamina. La vicenda ha fatto emergere inequivocabilmente il coinvolgimento della politica, soprattutto regionale. Lei era ministro in quel periodo: si sarebbe potuto agire diversamente? «Il caso Stamina fu censurato non solo dalla sottoscritta, che prese immediatamente posizione contro la mancanza di evidenze scientifiche sulla bontà della cura proposta da Vannoni, su cui, ricordo, si è pronunciata in maniera approfondita anche la magistratura. Sulla mia posizione, anche in Regione si schierarono alcune forze politiche, tra cui Pd e Ap – a tal proposito, ricordo la presa di posizione del vicepresidente della Commissione Sanità, Angelo Capelli -, mentre altre, Lega e Forza Italia per intenderci, cavalcarono il fenomeno mediatico pro-Stamina. La fermezza ministeriale e gli esiti dei procedimenti giudiziari hanno poi definitivamente fatto comprendere a tutti come si trattasse di una pericolosissima bufala sanitaria. Credo di aver agito davvero secondo coscienza, nell’interesse esclusivo della tutela della salute dei cittadini». Veniamo ai temi più strettamente politici e alle alleanze che si stanno costruendo. Cosa portate voi nel campo del centrosinistra? Quali novità possono indurre l'elettore a votarvi? «Noi siamo nell'alleanza di centrosinistra, ma siamo autonomi rispetto al Pd. Non a caso abbiamo scelto come simbolo un fiore disegnato da un bambino e dunque fatto da una mente libera e senza pregiudizi, che guarda al futuro. Cosa portiamo? Competenze, capacità e l'esperienza maturata in questi anni di governo sui temi appunto della sanità, del lavoro e della famiglia. Noi, ed è la ragione dell'alleanza con il Pd, non abbiamo paura del riformismo che nasce dall'incontro tra moderati, laici e cattolici, e che è profondamente radicato nella grande cultura pro Europa dei popolari». Lei sarebbe favorevole ad una riconferma a palazzo Chigi di Paolo Gentiloni anche nell'ipotesi di una maggioranza allargata, se il risultato elettorale non dovesse decretare un vero vincitore? «Sì, sicuramente sì. Il governo ha lavorato bene, e ora abbiamo bisogno di un paese che ritorni alla normalità e di una classe politica che faccia leva sul buon senso».

Riccardo Bormioli
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