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16.04.2018

Vinitaly formato
Brescia. Esordio
da tutto esaurito

Esserci perché bisogna esserci. Perché l’immagine conta. Perché le relazioni contano. E perché una vetrina così sfavillante, al netto delle frotte di aperitivisti e dei cacciatori di sbronze moleste, fa comodo anche ai piccoli e ai piccolissimi, a chi punta sulla qualità fregandosene dei grandi numeri e a chi crede che il vino sia prima di tutto una questione di storia e di fatica. VINITALY 2018. Edizione numero 52. Storia di un delirio annunciato. Fin dalla mattinata, con la folla a premere scomposta a assetata sui numerosi ingressi alla Fiera di Verona. Code lunghe, lunghissime. Navette prese d’assalto, parcheggi stracolmi, parallele e traverse bloccate, agenti della Locale sull’orlo di una crisi di nervi. Dentro, il pienone. Pienone che diventa inestricabile ressa ai banchi del padiglione Lombardia riservati a produttori e aziende della Franciacorta, al secondo piano di un Palaexpo che ben presto si trasforma in una tonnara. D’altronde il Franciacorta tira (e le bollicine a una certa ora sono perfette per aprire lo stomaco). E allora via di Cà del Bosco, Bellavista, Faccoli, Contadi Castaldi, Barone Pizzini, Ricci Curbastro. «Io i vini senza bollicine non li bevo», commenta con marcato accento toscano una ragazza armata di doppio calice. E se lo dice una che sotto casa c’ha Brunello e Chianti... D’ALTRONDE sul fatto che la bolla bresciana sia ormai un fenomeno transregionale e transnazionale, c’è poco da discutere. Giusto un paio di giorni fa una ricerca pubblicata dal quotidiano L’Arena di Verona piazzava al terzo posto l’hashtag Franciacorta nella classifica dei più twittati a livello mondiale dopo Prosecco e Chianti. Il mercato è una cosa seria. E un certo tipo di mercato lo si fa solo con i grandi numeri. Ma non di sola Franciacorta vive Brescia. Due passi fuori dalla bolgia ed esplode il giallo Lugana. La prima Doc lombarda che nel 2018 festeggia i 51 anni. Mezzo secolo e non sentirlo, dall’alto di 15 milioni di bottiglie prodotte (il dato è del 2016), delle quali ben l’80% finisce sulle tavole estere (manco a dirlo, soprattutto di quelle tedesche). Un’ottantina le etichette presenti, a dipingere un universo complesso, sfaccettato. E sempre meno appiattito sullo stereotipo dello stappa e bevi con luna piena all’orizzonte e terrazzina vista lago. Sempre in zona, gli spazi rosa prenotati dalla Valtenesi e dal suo Chiaretto (ma non solo), l’angolo Montenetto, lo stand Ente Vini Bresciani e la novità Brescia Hidden Wines, spazio-progetto condiviso da tre aziende: Noventa di Botticino, Tenute del Garda di Calvagese e Peri di Castenedolo. Un bel mosaico. 123 realtà se si contano anche i «fuori sede». L’azienda Togni Rebaioli di Erbanno di Darfo, ad esempio, aggregata alla truppa Vivit (Vigne Vignaioli Terroir) nel padiglione 8, quello riservato al Bio, assieme ad altri bresciani come Corte Fusia, 1701 e Perla del Garda. Da assaggiare ce n’è. Mentre il pienone si fa strapienone e dall’ingresso si affacciano, uno dopo l’altro, gli attesissimi e annunciatissimi Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il primo consiglia ironicamente uno Sforzato al Gigino 5 Stelle e poi si scola un bicchierone di Marzemino prodotto da Alessia Berlusconi, nipote di cotanto Silvio, nei vigneti della Contessa di Capriano del Colle; il secondo passeggia a fatica tra i banchi del padiglione Emilia Romagna, spinto più dalla prossimità con l’ingresso che dalla sete di Lambrusco. Scarponi e bandana, lo scrittore Mauro Corona osserva, sogghigna e commenta: «Pochi conoscono la stupefacente lucidità della sbronza. Se questi si sbronzano, diventano lucidi e fanno il governo». Amen. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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