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30.12.2014

Viselli lascia ma non
molla: «Mica son morto»

Beppe Viselli e il figlio dietro al bancone del locale di via Tosio che a gennaio passerà di mano
Beppe Viselli e il figlio dietro al bancone del locale di via Tosio che a gennaio passerà di mano

I sogni, anche quelli più belli, prima o dopo purtroppo finiscono. Evaporano con la luce del sole, scivolando via tra la nostalgia canaglia di mille storie bresciane ambientate dopo il crepuscolo e qualche bicchiere di «Sciampa» ancora mezzo pieno ai margini della strada.  Quando fermano davanti alla mitica tenda verdone di via Tosio, però, i sogni rivivono tutti assieme nelle rughe dell'uomo che in moltissime di quelle storie per quasi vent'anni ha recitato un ruolo da protagonista. Almeno dall'orario dell'aperitivo in poi. E non solo grazie ai prodigiosi effetti stupefacenti del suo «signature cocktail» che è leggenda suburbana non certo dall'altro ieri, ma anche e soprattutto per via del carisma teatrale, della personalità debordante e un po' «old fashion», delle irripetibili virtù umane tali per cui Beppe Viselli a Brescia non è un semplice barman ma una vera e propria istituzione senza tempo.
C'è poco da stupirsi dunque se la notizia dell'epocale passaggio di consegne riportata l'altro giorno sulle colonne del nostro giornale, in città ha fatto il giro più velocemente della morte di Lady D in Inghilterra: da gennaio subentreranno i due nuovi titolari dell'attività, Beppe li affiancherà per qualche mese, dopodiché getterà ufficialmente la spugna dal prossimo aprile. Per un futuro incerto e tutto da scoprire – inutile tacere la domanda che si stanno facendo tutti: «Che Sciampa sarà senza il Beppe…?» - c'è invece l'inconfondibile retrogusto al sapore di pesca che gocciola dalle infinite memorie storiche di Viselli. Laddove vita e vita da bar si mischiano insieme come ingredienti complementari di una miscela narrativa dallo straordinario potere evocativo.
Lui racconta, magari perde qualche pezzetto per colpa delle 82 primavere suonate (riuscirci comunque a portarle così bene!), ma il trasporto che ci mette quasi supera quello di quando è dietro al bancone a dispensare liquida joie de vivre ai baldi giovani. «Credo che nel mio caso il lavoro del barista più che una professione sia una vera e propria vocazione» ammette l'istrione di via Tosio, elegante cappello in testa e consueto stile da vendere. «Ricordo ancora la prima volta come fosse ora: era il 1945, iniziai come garzone allo storico Bar Commercio, avevo sì e no quattordici anni. Poi via via cominciai a girare tutti i bar più importanti del centro: dal Crystal al Roma, passando per il Caffè Maffio». Negli anni '50, la svolta. Da buon ventenne rampante Viselli lascia Brescia e mette radici a Milano, dove rimarrà per tutta la decade affinando la sua formazione e rubando ai grandi maestri del bere miscelato i trucchi del mestiere; tra gli altri, quelli per preparare un «Mi-To» (alias Milano-Torino, appunto) come Dio comanda: con la benedizione di clienti tipo Gary Moore e Domenico Modugno, diventerà l'altro grande classico di casa Viselli. «Dopo tanti anni iniziai sentire la mancanza della mia città, della mia gente: tornai a Brescia rimboccandomi le maniche prima al Gin Bar di via Trieste, successivamente all'Osteria del Gas, in via Moretto».
GLI ANNI VOLANO via come il vento, la macchina del tempo scollina negli anni '80. Per la Brescia mondana Viselli è già uno yuppie catarifrangente al top della forma, un uomo che ce l'ha fatta. Ma è solo l'inizio. Annus mirabilis 1994: Beppe apre l'insegna di via Tosio, un minuscolo fortino tutto legno e foto d'antan rimasto tale e quale fino ai giorni nostri nella sua magia di locale surreale, fuori dal tempo e vagamente kitsch. Il resto è storia. «A dire il vero lo Sciampagnone me l'ero inventato una decina di anni prima - svela Viselli, orgoglioso come un padre mentre parla del suo figlio prediletto -. Com'è nata la ricetta? Semplice: volevo fare un cocktail in cui abbinare un liquore bianco e uno scuro con dello spumante, qualcosa di particolare e inconfondibile. Ricordo che il primo ad assaggiarlo fu un mio vecchio e bizzarro cliente che girava col cappotto anche d'estate. Spesso e volentieri alzava il gomito. Si scolava mezza bottiglia di Vecchia Romagna al giorno, ma un solo Sciampagnone bastò a mandarlo a casa allegro e sorridente: capii di aver fatto centro». In realtà servirà qualche anno di rodaggio per far innamorare i bresciani dello «Sciampa», ma una volta scoccata la scintilla il colpo di fulmine è collettivo e deflagrante. Al giro di boa del nuovo millennio Beppe Viselli è all'apice della celebrità notturna bresciana come Truman Capote allo Studio 54. Ogni weekend il locale è letteralmente invaso da centinaia di giovani e meno giovani che al banco ordinano sempre la stessa cosa: quel magico nettare appena profumato d'arancia che tempo tre sorsi regala la felicità. Buono d'estate perché rinfresca, buono d'inverno perché riscalda. Lui ci mette del suo facendo lo show dietro al bancone, tra pittoresche esternazioni in salsa dialettale e scomposte litanie intonate col megafono per allontanare i clienti assetati anche a saracinesca ormai mezza abbassata. Beppe diventa un personaggio. E quasi senza saperlo innesca anche un piccolo miracolo sociale, che a Brescia forse non aveva precedenti: annulla le ultra stereotipate barriere cittadine tra fighetti e alternativi, tra lampadati in cabrio e hipster in bici a scatto fisso. Punkabbestia coi cani al guinzaglio e banchieri in giacca: il rito dello Sciampagnone diventa una festa senza etichette.
GLI ANEDDOTI di questi anni ruggenti si potrebbero sprecare. Viselli ne ricorda un paio: mister «5 Sciampa» e il volo d'angelo di un americano a bordo della sua Harley Davidson dopo un aperitivo troppo robusto. «Ci aveva dato così dentro che partì con lo sterzo bloccato: fece un tonfo clamoroso in mezzo folla e per poco non mi buttò giù la vetrina. Fortunatamente non si fece male nessuno». L'inverno scorso, invece, a farsi male purtroppo fu proprio lui: una maldestra scivolata tra le mura domestiche, il braccio fa crac. Ricominciare è dura ma Beppe non molla. Stringe i denti e dopo qualche mese di stop per curarsi riapre il locale: prevedibile tripudio popolare. «Per la prima volta ho pensato di smettere, ma la voglia di continuare allora era stata più forte di ogni cattivo pensiero. Oggi però credo sia davvero il momento giusto per dire basta e farmi da parte – confessa Beppe schiudendo un sorriso commosso -. Avrò più tempo per stare in famiglia, per guardare il calcio alla tv, insomma per godermi la vita. Certo lascio con un po' di malinconia: so già che i miei ragazzi mi mancheranno tantissimo. Ma voglio guardare avanti anche perché non sono morto, ho solo ceduto il bar: scrivetelo bello chiaro questo mi raccomando».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giovanni Armanini e Elia Zupelli
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