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05.11.2017

Visita ad Auschwitz
flashback dall’orrore

Un gruppo di studenti bresciani ieri durante la visita ad Auschwitz
Un gruppo di studenti bresciani ieri durante la visita ad Auschwitz

Milana Moneta

AUSCHWITZ (Polonia)

Il viaggio della memoria e dell’emozione, di chi ha voglia di capire e riflettere, come è stato detto, dopo le musiche, i canti, le chiacchiere, i giochi che sempre accompagnano l’adolescenza e i suoi spostamenti, si veste del lutto della storia, raccoglie il lamento che viene dal passato e si fa consapevole lettore dell’orrore.

UN SERPENTONE di oltre 600 persone, una dietro l’altra, oltrepassa i cancelli di Auschwitz ancora con l’esuberante gaiezza di una classe in gita, ma subito ogni allegrezza si spegne, come se un imperativo intimo imponesse a chiunque il silenzio e di lasciare solo alla voce della guida di ripercorre le tappe della storia. Ogni giorno migliaia di persone si aggirano in questo campo (in realtà formato da altri due campi e 47 sottocampi), ingentilito dai pioppi neri, e tutti, come per un accordo preventivo e taciuto, scivolano spontaneamente in un silenzio commosso. Per nessuno «ci sono parole» adatte a commentare, l’emozione è «troppo forte» e il magone chiude la gola. È la parte dedicata ai bambini, così poco distante dalla loro età di studenti di scuola superiore, a commuovere di più, insieme ai numeri della mattanza: 230mila bambini uccisi, su un totale di oltre un milione di persone, 8 mila scarpine ritrovate, diverse tonnellate di capelli e gli oggetti di chi non immaginava cosa sarebbe accaduto.

POI ARRIVA il momento di parlare dello ziclon B, il veleno prima utilizzato per la sterilizzazione e poi impiegato per gassare. «Profe, basta non riusciamo a reggere questo dolore» dicono alcuni smentendo la nomea di insensibilità che si attribuisce alla nuova gioventù. «Si arriva in questi posti pensando di sapere già tutto quello che c’è da sapere - afferma una docente - ma l’impatto è superiore ad ogni previsione.

Verrebbero da dire le solite cose, ma qui ogni retorica non è certo superflua». «Sembra di entrare in un tunnel dell’orrore di cui non si intravede l’uscita - afferma Lisa Bettinzoli, insegnante di italiano - ha ragione Levi: se esiste un inferno, non può essere diverso da Auschwitz. Eppure tutto intorno regna la magia di un bellissimo paesaggio autunnale, sopra il filo spinato ci sono colori bellissimi a fare da contrasto a quello che qui ha potuto accadere». «Tutti quei capelli, riutilizzati per fare tessuti, per riempire cuscini e materassi mi hanno ricordato il mondo animale e anche peggio» dice Cristian Carrera, studente liceale. «Un’esperienza - afferma Anna Sisti del Tassara - da rielaborare con un profondo silenzio. Non si riesce a commentare a caldo». «Mi ha colpito il muro delle fucilazioni - aggiunge Andrea Francesconi del “Capirola” - mi sono sentito percorrere dai brividi». Eppure già nel viaggio di andata, nel vagone “Agorà” la presentazione di alcuni lavori delle scuole (video, musica, recitazioni) avevano preparato al clima di dolore, completato in serata a Cracovia con i lavori destinati alla testimonianza.

NEL POMERIGGIO visita a Birkenau, letteralmente il paese delle betulle, campo di 170 ettari nato dalla distruzione di 8 cittadine, destinato a 200mila prigionieri, costretti a dormire in 16 in un solo letto, su un misero pagliericcio. Lì il lungo binario, il vento che porta con sè il ricordo di inverni a meno 40 gradi e di donne, uomini, bambini destinati a morte straziante. «Anche a sentire i numeri non si riesci a farti una idea concreta di quante erano, tanto superano la nostra capacità di immaginazione - conclude il professor Alessandro Cipriani -, è un’esperienza che non lascia indifferenti e che oltre ad aiutare la memoria serve a costruire un futuro migliore». Non c’è augurio più bello.

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