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19.01.2018

Quando a Desenzano si schedava la «razza»

La palazzina che ospitò l’«Ispettorato per la razza» della Rsi
La palazzina che ospitò l’«Ispettorato per la razza» della Rsi

Maria Lisa Piaterra Valentino Rodofli Senza troppa retorica, senza cadere nella ritualità stantia di una «festa comandata», Desenzano ha un motivo speciale per dare importanza al «Giorno della Memoria»: nell’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, bene hanno fatto il Comune e le scuole a coinvolgere in un fitto programma di attività culturali (lo riferiamo a fianco) gli studenti di questa città. Perchè la memoria dell’Olocausto per Desenzano è anche memoria locale. IL MOTIVO è solido come il cemento di quella palazzina all’angolo fra via Dal Molin e via Pasubio, dove durante la repubblica sociale italiana, detta repubblica di Salò, aveva sede l’Ispettorato generale per le demografia e la razza. In quattro parole: è successo proprio qui. Le leggi razziali, le persecuzioni, le deportazioni degli ebrei italiani verso i forni crematori ebbero a Desenzano la loro ultima e definitiva «centrale operativa». È proprio qui che, con decreto legislativo datato 18 aprile 1944 firmato Benito Mussolini, la repubblica di Salò aveva collocato l’«Ispettorato per la razza», l’organismo governativo delegato alla discriminazione razziale e alla caccia agli ebrei. Fu questo il luogo in cui il governo repubblichino raccolse il censimento e la schedatura di tutti gli ebrei italiani: 58 mila schede personali e 26 mila fogli di famiglia che l’apparato del regime aveva raccolto già a partire dalle leggi razziali del 1938. Non era, però, un semplice archivio, ma una vera «cabina di regia» per la caccia all’ebreo: discriminati dalle leggi del ’38, proprio negli anni di Salò (e di Desenzano) gli ebrei italiani divennero «appartenenti a nazione nemica» secondo lo statuto della repubblica sociale. NEGLI UFFICI Desenzano fu concepito il testo legislativo che, all’articolo 1, recitava: «Sono di sangue italiano i cittadini i cui ascendenti, dalla data del gennaio 1800 siano immuni da incroci con ebrei». Qui si consultavano fascicoli e alberi genealogici per stabilire la purezza razziale delle persone. Qui si sollecitavano all’autorità di polizia gli arresti e le confische. In quell’aprile del 1944, quando fu inaugurato l’ispettorato, 4700 ebrei italiani erano già stati deportati. Ma proprio il periodo della repubblica coincise con la stretta finale: una media di 600 deportazioni al mese, con un picco di 1800 nel luglio ’44. CHE COSA RIMANE? Oltre al palazzo, che fino a pochi mesi fa ospitava un negozio Benetton, resta una delle garitte di calcestruzzo del posto di guardia: un e cimelio oggi abbandonato in un magazzino. E tutti i documenti? Tutto l’archivio, contenuto in un grande stanzone accanto al teatro Alberti? Tutto in fumo, come rivela Gaetano Agnini nel suo bel libro «La repubblica nera», che racconta Desenzano di quegli anni. Prima di fuggire, nell’aprile del ’45, i gerarchi fecero un grande falò nel cortile del palazzo: alle fiamme tutte le migliaia di schede degli ebrei italiani, tutti i verbali su catture e deportazioni, i manifesti, la propaganda e persino, come riferisce un testimone, centinaia di copie dei «Protocolli dei Savi di Sion». Tutto bruciato, tutto è scomparso. Ma non la memoria. •

Maria Lisa Piaterra Valentino Rodofli
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