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22.01.2019

Un bersagliere
nero in campo
a San Martino

Bersaglieri alla rievocazione della battaglia di San Martino del 1859Il bersagliere Michele AmatoreIl capitano Amatore, ormai divenuto ufficiale e pieno di medaglie
Bersaglieri alla rievocazione della battaglia di San Martino del 1859Il bersagliere Michele AmatoreIl capitano Amatore, ormai divenuto ufficiale e pieno di medaglie

Michelangelo Maria Amatore, detto Michele. Nel grande «database» che gli studenti del liceo Bagatta stanno dedicando ai nomi di tutti i combattenti delle battaglie risorgimentali, questi potrà sembrare un nome come altri.

MA AMATORE non era come gli altri: era nero, anzi «moro» come si diceva allora. Nato Quetto Suleyman Al Nubi, poi battezzato come un italiano, era originario del Sudan ed era immigrato in Piemonte con il preciso proposito di combattere per l’Italia, per i più nobili ideali risorgimentali che il suo liberatore, un medico piemontese che lo aveva affrancato dalla schiavitù in Africa, gli aveva trasmesso sin da giovanissimo. Tra le migliaia di vicende umane che si intrecciarono tragicamente sui campi di battaglia di San Martino, quella di Amatore è forse la più incredibile. Arruolatosi nei bersaglieri nel 1848, quando arrivò sul fronte di San Martino era già stato promosso sergente, e in seguito divenne un ufficiale, un capitano, fatto più unico che raro all’epoca per un uomo di colore. Pluridecorato: medaglia d’argento al valore sul campo, medaglia di bronzo, cavalieri dei due Ordini della Corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro. A San Martino, in quel giorno fatale del giugno del 1859, il sergente Michele Amatore entrò in combattimento a Madonna della Scoperta, distinguendosi per coraggio e risolutezza: fu lui, riferiscono le cronache del tempo, a convincere il suo comandante ad attaccare frontalmente una batteria di cannoni austriaci. Lo raccontò un colonnello che partecipò anch’egli alla battaglia, Domenico Casella, nelle sue memorie: «il sergente Amatore, il moro, voleva andare colla sua squadra ad attaccare una batteria che ci dava tanto fastidio. Dopo avergli dato del pazzo per la proposta fatta, andai avanti io con tutta la compagnia». Una cosa colpisce: non c’è ombra di razzismo o di disprezzo nei tanti racconti tramandati sulla storia di quel bersagliere nero, anzi «moro». Nato schiavo in Africa, morì anziano soldato nel suo letto a Rosignano Monferrato, nel 1883, da ufficiale e cavaliere del Regno d’Italia.

Alessandro Gatta
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