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05.12.2017

«Il tunnel della Tav bucherà quattro falde»

La tavola grafica evidenzia in verde  l’area di cantiere della galleria
La tavola grafica evidenzia in verde l’area di cantiere della galleria

Valentino Rodolfi Ci sono quattro importanti falde acquifere, oltre al canale sotterraneo che collega lo stagno del Lavagnone al corso del rio Venga, sul tragitto della galleria lunga 7,3 chilometri che dal mese prossimo verrà scavata fra Desenzano e Lonato, sul tracciato della Tav Brescia-Verona. Sono «interferenze idrogeologiche», così si chiamano, che gli stessi tecnici di Italferr, nella relazione al progetto esecutivo, hanno descritto senza poter escludere del tutto conseguenze sul patrimonio idrico dell’area morenica. A QUESTO TEMA, i comitati No Tav dedicheranno un approfondimento domani alle 20.45 a Castiglione, nella sede Arci in piazza Dallò. Ma il guaio è che non sono solo i No Tav ad accendere i riflettori sui potenziali rischi: è la relazione allegata al progetto del 2014 a lasciare intravedere esiti imprevedibili. Le falde «interferite» sono quattro acquiferi freatici principali: uno a ovest di Lonato, a una profondità di più di 50 metri, si estende fino al confine con Montichiari e viene definito «altamente produttivo, captato da numerosi pozzi»; il secondo è nella piana intramorenica alla Croce di Venzago, sotto 20 metri, collegata alla Fossa Redone; il terzo è in località Bornade, di estensione ridotta, a 10 metri di profondità e in contatto con un sistema di falde sospese minori; il quarto è quello del Lavagnone, con soggiacenza a 15 metri dal piano campagna e punto di emergenza nello stagno, area umida che è anche patrimonio archeologico dell’Unesco. Proprio il Lavagnone presenta una ulteriore criticità: il condotto sotterraneo di 800 metri fra lo stagno e Bornade di Sopra, una condotta idraulica artificiale costruita in tempi storici, della quale non esisteva una mappa dettagliata al momento di redigere il progetto esecutivo della Tav nel 2014, ma di cui sicuro si sa che verrà «centrata» in pieno dai lavori di scavo della galleria ferroviaria. La stessa relazione di progetto, 3 anni fa, raccomandava di «valutare meglio le conseguenze - parole testuali - sul sistema idrologico Lavagnone-Rio Venga». Ma è una raccomandazione, quella dei geologi, che non riguarda solo il Lavagnone: nel 2014 i tecnici concludevano lo «Studio idrogeologico di dettaglio sulla galleria di Lonato» allegata al progetto esecutivo, suggerendo di «adottare soluzioni volte a impedire che le riserve idriche sotterranee subiscano un depauperamento», così si legge, e che la qualità dell’acqua «subisca alterazioni». Ora non resta che attendere la versione definitiva del progetto, chiusa nei cassetti in vista del via libera della Corte dei conti, per capire se queste «soluzioni» siano state adottate, e precisamente quali. Ciò che si sa per ora è che, adeguando la livelletta della galleria, gli scavi cercheranno di «schivare» gli acquiferi principali. Ma resta un dubbio che il progetto del 2014 non chiariva e non poteva chiarire, a causa della «estrema complessità dell’assetto idrogeologico», così scrivevano i geologi, che rendeva «difficoltosa se non impossibile» una fotografia precisa. •

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