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08.03.2018

Ma al Consiglio di Stato pende il ricorso «No Tav»

Contro il progetto sul territorio è attivo un composito fronte del no
Contro il progetto sul territorio è attivo un composito fronte del no

Giorni, settimane, quasi un mese: continua l’attesa della sentenza che potrebbe, forse, mettere la pietra tombale sull’attuale progetto dell’alta velocità Brescia-Verona, oppure far cadere anche l’ultima possibilità di fermare il nuovo corridoio ferroviario da 2 miliardi e 499 milioni di euro, contestato da comitati No Tav, associazioni ambientaliste, cittadini e aziende finiti nel «mirino» degli espropri di immobili e terreni. La sentenza che ancora non arriva, trattenuta dai giudici da quasi un mese ormai, è quella del Consiglio di Stato dove la mattina del 15 febbraio si era svolta l’udienza sul ricorso dei comitati No Tav e di una cinquantina di soggetti tra associazioni e cittadini bresciani e veronesi che rischiano di finire sotto la mannaia degli espropri. LA QUESTIONE giuridica è sulla legittimità di specifici documenti: la verifica di ottemperanza (da parte del ministero dell’Ambiente) del progetto definitivo del lotto funzionale Brescia-Verona, con una decina di «gravi vizi e lacune» sollevati dai No Tav, e la reiterazione del vincolo di esproprio sui terreni che saranno attraversati dal tracciato o dai cantieri. L’antefatto è che, sul progetto esecutivo (praticamente la versione intermedia fra il progetto preliminare e quello definitivo), il ministero dell’Ambiente aveva opposto 22 prescrizioni al progettista per altrettante lacune o zone d’ombra del progetto che necessitavano, appunto secondo il ministero dell’Ambiente, di chiarimenti o di modifiche. Una delle obiezioni, ed è interessate ricordarlo, era quella di non aver valutato con sufficiente approfondimento la possibilità di un progetto alternativo, meno costoso e impattante, come ad esempio l’utilizzo per i treni veloci della ferrovia giù esistenze, ovvero la linea storica tra Brescia e Verona. ALLE PRESCRIZIONI aveva risposto Italferr, intascando il via libera: la «dichiarazione di ottemperanza». Ritenendo non sanate le lacune, o risolte in modo troppo elusivo, tramite l’avvocato Fausto Scappini i ricorrenti si erano rivolti al Tar del Lazio, che aveva respinto. Il 15 febbraio l’appello al Consiglio di Stato, di cui ora si attende la sentenza. Tra le contestazioni, la «non conformità» tra il progetto definitivo e quello preliminare, il parere negativo al progetto da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici, l’assenza di opzioni alternative (come invece prevedono le direttive Ue), la mancata analisi del rapporto costi-benefici.

V.R.
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