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mercoledì, 13 dicembre 2017

Dal gommone alla cucina, il riscatto di Nasser

Ata Alla Nasser è nato 47 anni fa in un paese vicino al Cairo (BATCH)

È arrivato in Italia con un motoscafo veloce negli anni in cui la rotta dei clandestini passava per l'Albania. Partito dall'Egitto verso la terra promessa dell'Italia ha superato le insidie di un viaggio periglioso e ora gestisce due ristoranti a Borgosatollo.

La storia a lieto fine di Ata Alla Nasser inizia 47 anni fa in un paese vicino al Cairo, dove nasce in una famiglia di contadini, povera ma ricca di valori, che riesce a farlo studiare. Sono quattro figli, due maschi e due femmine; Nasser riesce a studiare e conseguire il diploma di geometra.

Gli sembrava di aver raggiunto la possibilità di realizzare il suo sogno: diventare poliziotto e aiutare, con quel lavoro, la sua famiglia. Purtroppo la domanda e l'esame con voti eccellenti all’Accademia non danno il risultato sperato. Forse gli sono mancate le raccomandazioni eccellenti, in un paese dove i soldi e la corruzione la fanno da padroni. Per Nasser la delusione è cocente e oggi racconta di aver pensato al suicidio.

POI IL SOGNO di raggiungere l’Italia. Ma anche i sogni più insistenti si scontrano contro la realtà della corruzione e della mafia. Sì, della mafia albanese che gestisce i viaggi clandestini. Gli hanno chiesto l'equivalente di 20 milioni di vecchie lire. La famiglia, che vedeva in lui l'unico sostegno per uscire dalla miseria, lo ha sostenuto vendendo la terra del padre, un prestito alla banca e l’aiuto di alcuni parenti.

La partenza dal Cairo senza documenti, scalo in Grecia e, infine a Tirana in Albania dove l'organizzazione mafiosa lo spoglia di tutto. Gli sequestrano la valigia, i vestiti, l'orologio... «Mi hanno lasciato solo il corpo - ricorda ancora Nasser con tristezza e rabbia - nei giorni trascorsi a Tirana ho rubato il becchime delle galline e mangiato pane vecchio per sopravvivere».

La notte della partenza da Tirana su un gommone che avrebbe potuto contenere una decina di passeggeri si ritrovano ammassate 35-40 persone (bambini, donne, anziani e giovani). «A fari spenti e a velocità pazzesca - continua Nasser - attraversammo dell'Adriatico. Alcuni dei miei sfortunati compagni, un padre con i figli e una madre con i bambini, è caduto in mare e le loro grida di aiuto si sono perse nel buio della notte inghiottiti dalle onde. Quel mare non è un mare di acqua, ma un mare di sangue».

All'alba, a cinquecento metri dalla riva, lo scafista, un uomo senza cuore e senz'anima, li ha buttati in mare. Altri morti annegati. «Stremato e disperato ho toccato terra, poi ho raggiunto Lecce. Con qualche dollari che avevo nascosto - riprende Nasser - sono riuscito a prendere il treno per Milano. E da Milano a Brescia, dove ho ritrovato i miei cugini, alcuni parenti e amici. Con loro, finalmente, respiravo aria di casa».

Se la sua vita ormai era salva, il futuro che si profilava però non sembrava quello immaginato in Egitto, mentre sognava di raggiungere l’Italia. «Ma dove erano quei marciapiedi d'oro che, quand'ero al mio paese, avevo sognato ai bordi delle strade italiane? Mi misi alla ricerca di un lavoro: dapprima un lavoro di quattro ore al giorno e poi, grazie ad Allah, nel ristorante di un mio paesano, nel quale sono rimasto quattro anni».

NASSER IMPARA il lavoro ma, soprattutto grazie alla legge Bossi-Fini, viene regolarizzato. Scopre che a Borgosatollo Piero Valzelli cerca un aiuto per la pizzeria il sabato e la domenica. S'incontrano e comincia a collaborare. Contemporaneamente si dedica anche ad altri lavori per arrotondare i guadagni, anche perchè deve aiutare la sua famiglia rimasta in Egitto.

Piero capisce che l'egiziano ha voglia di lavorare e propone così a Nasser di fare una società. «Ero preoccupato perché pensavo che per diventare proprietario-socio del ristorante servisse un sacco di soldi. Ma accettai - continua - la situazione economica del ristorante, a causa delle condizioni di salute di Piero, non era molto florida. Ma piano piano, con fatica, abbiamo rimesso in ordine i conti sia del ristorante che della pizzeria».

Ed è cominciata così una nuova vita. Nasser assume nei suoi ambienti alcuni connazionali, fa arrivare dall'Egitto il fratello, due nipoti e un cognato. Sono tutti regolari e regolarmente assunti con contratto di lavoro.

Il ristorante lo «Scampo d'oro» viene ampliato, lavora a pieno ritmo e assume anche gli italiani. Gli affari vanno a gonfie vele e, dopo tre anni, la società Piero Valzelli-Ata Alla Nasser si può permettere di aprire un nuovo ristorante, il «Gambero rosso», sempre in Borgosatollo.

La storia di Nasser è esemplare; dimostra che in un paese intelligentemente aperto al dramma dei migranti si possono integrare persone oneste, di culture e religioni diverse. Nasser, sposato con Anna, laureata in lettere e padre di Hamed (Paolo di 10 anni), Mohamed (Stefano di 6 anni) e Maria (Ranan di 3 anni), trasmette il suo messaggio: un emigrato è l'ambasciatore del suo paese, se vuole realizzare i suoi sogni lo deve fare attraverso la voglia di lavorare ed essere umile nella vita. «Agli italiani voglio dire che non siamo venuti per rubare loro il lavoro ma per guadagnarci onestamente il nostro futuro».