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mercoledì, 19 settembre 2018

Torbiere inquinate anche dalla caccia

Un capanno che perde i pezziUna vecchia gabbia alla deriva

Le «Lamette» sono invase dalla plastica e dai rifiuti, e a contribuire a questo inquinamento della Riserva naturale delle Torbiere del Sebino maturato nell’arco di decenni, diventato evidente grazie alla recente giornata di pulizie (subacquee e non), sono stati anche i cacciatori. Una percentuale non irrisoria degli abbandoni, vale a dire vecchie gabbie per i richiami vivi, anatre in plastica utilizzate come richiami artificiali e gli stessi componenti dei capanni galleggianti, è costituita da un «gentile omaggio» alla natura fatto dai titolari dai tanti appostamenti acquatici finiti al centro di una campagna per ora vincente lanciata dalla Lega per l’abolizione della caccia. PROPRIO i capanni revocati grazie alla battaglia legale della Lac, per esempio, sono oggi ormeggiati a pochi metri l’uno dall’altro vicino a Clusane e a qualche metro dal confine della Riserva, e per effetto di vento e pioggia perdono pezzi di vari materiali che poi finiscono tra i canneti. Ma prima di quest’ultimo «contributo» c’è stato molto di più. Come ricordano dalla neonata associazione «Amici della Riserva», che ha sede nel bar inserito nella stazione ferroviaria di Provaglio d’Iseo e che ha scoperto questa situazione partecipando proprio alla giornata di pulizia delle Lamette di luglio, oltre alle gabbie e alle finte anatre di plastica depositate tra i canneti, sui fondali di quest’area negli anni sono stati distribuiti centinaia di chili di piombo sparati dai capanni. «È l’ennesima prova dell’impatto fortemente negativo che l’attività venatoria ha avuto e ha sulla Riserva delle Torbiere - commentano dalla Lac -, e una smentita clamorosa dello stereotipo totalmente infondato del cacciatore che ha a cuore la tutela del territorio: qui il territorio è stato solo saccheggiato e inquinato e noi presenteremo alla magistratura e alle autorità di polizia giudiziaria una istanza di ripristino dello stato dei luoghi sulla base dell’articolo 192 del Codice dell’ambiente». •