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domenica, 17 dicembre 2017

Un’ospite di Shalom «Dissero a mio papà:
se vuole la picchiamo»

«Se chiedevi di andartene ti punivano»: è il refrain che risuona nell’aula di giustizia dove si celebra il processo contro suor Rosalina Ravasio, a capo della comunità Shalom di Palazzolo, e contro molti operatori della struttura, tutti accusati di maltrattamenti e sequestro di persona. In quel «se chiedevi di andartene ti punivano» sono distillati i capi di accusa: trattenere contro la volontà e far del male. Travalicando i limiti dello «jus corrigendi»?

Luca è rimasto in comunità dal 2012 al 2014. Per disintossicarsi dalla cocaina. Capitava che litigasse, era aggressivo, ma aveva manifestato l’intenzione di andarsene. In ogni modo finiva - racconta - con una punizione: «Spaccar legna nella legnaia da solo e per tutto il giorno e per diversi giorni, oppure segregato la notte in laboratorio a lavorare fino all’alba, senza dormire neppure il giorno dopo». Ma il peggio è stato quando «mi hanno legato i polsi ai manici di una carriola piena di pietre costringendomi a spingerla per ore», ha raccontato. E se cadevi? «Mi picchiavano». La punizione della carriola e le altre non è solo Luca ad evocarla. Ha riguardato altri ospiti di Shalom. Luca oggi è in un’altra comunità «dove sto molto meglio», ha detto. Dove ci sono altri metodi da quelli raccontati ieri dai testimoni citati dall’accusa sostenuta dal pm Ambrogio Cassiani.

MARCO aveva una depressione, fonte di problemi in famiglia. Anche lui è rimasto 2 anni a Palazzolo, e quando chiese i documenti per andar via «venni punito». Come? I soliti sistemi: laborario e carriola. Una ragazza vicentina è stata sei anni a Shalom, e scappata due volte. L’ultima è riuscita a tornare dai suoi: «Sono arrivati a casa gli operatori della comunità. A mio padre gli hanno detto: se vuole la picchiamo così viene con noi». E prima quando era ancora in comunità «avevo fatto degli esami medici, chiesi gli esiti ma non me li hanno dati se non anni dopo quando me ne andai: risultava che avevo l’epatite». E.B.