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venerdì, 16 novembre 2018

Edolo, trent’anni fa la furia che lasciò ferito mezzo paese

L’ospedale devastato della tromba d’aria del 1988. FOTO MAURO CASALINIUna foto aerea dei danni riportati dai tetti edolesi. FOTO MAURO CASALINI

Edolo 3 agosto 1988. Da pochi minuti sono passate le due di una notte seguita a una giornata particolarmente afosa. A parte i nottambuli, da qualche ora residenti e turisti riposano tranquillamente. All’improvviso, annunciato da un sordo brontolio di tuoni e da lampi che illuminano a giorno le montagne circostanti, si scatena il finimondo. Prima violentissimi scrosci d’acqua che in pochi minuti allagano strade e scantinati. Poi, dalle alture di Vico dove si è formata una tromba d’aria di inaudita potenza si abbatte estirpandola su una grande macchia di bosco sopra la frazione, poi scende verso Edolo e inizia a scoperchiare le prime case in località Nicolina, poco sopra il cimitero. TRASCINANDO pezzi di lamiere, teloni e rami il tornado continua l’opera di distruzione lungo via Treboldi, supera viale Derna annientando pali e piante e raggiunge l’ospedale dove cancella la nuova ala appena inaugurata. Infligge gravissimi danni alla scuola materna e strappa le coperture delle case tra via Fratelli Tosana e la caserma dei vigili del fuoco. Varca l’Oglio e devasta i fabbricati di via Roma per risale poi verso Mù, dove finalmente si placa, non prima di aver raso al suolo diversi castagni centenari. Tutto questo in una quarantina di secondi durante i quali edolesi e villeggianti non hanno avuto neppure il tempo di avere paura: quando si sono resi conto dell’accaduto la bufera era già passata. All’interno dell’abitato una fascia lunga più di un chilometro e larga incirca 200 metri pare aver subito un bombardamento: più di 500 gli edifici colpiti, un centinaio quelli scoperchiati, danni per più di un miliardo di vecchie lire alle strutture e agli arredi dell’ospedale, interrotte le linee telefoniche ed elettriche, ferite irreparabili al patrimonio boschivo. Per fortuna niente vittime: solo una decina di persone riportarono ferite più o meno gravi, colpite da schegge di vetro o da pezzi di metallo e legno vaganti. Grazie all’azione dell’allora sindaco Luciano Chiesa e dei parlamentari bresciani, il consiglio dei ministri dichiarò la calamità naturale: il primo passo che portò, qualche mese dopo, alla liquidazione da parte dello Stato del 75% dei danni subiti dai privati. •