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21.07.2018

Il buono da gustare, il bello da vedere La sagra dei «calsù» è pura poesia

A Vione torna la Sagra dei calsù
A Vione torna la Sagra dei calsù

La sagra va in scena stasera e dura fino a notte inoltrata. Primattori sono i «calsù», fagotti di pasta in cui le brave massaie e la tradizione raccolgono da anni immemori patate lesse e ben mischiate con carne stufata e tritata a dovere, poi sposata con succosa mortadella e formaggio grana, conditi con abbondante burro d'alpeggio insaporito da foglie di salvia e serviti dopo che ai commensali viaggianti saranno già stati offerti il ricordo della giornata e il rustico aperitivo. Attori non protagonisti sono la musica che invaderà il paese aggiungendo note al gorgoglio delle fontane, i giocolieri, la venditrice di sogni, le trucca-bimbi, i funamboli, le guide a cui è affidato il compito di spiegare storia e arte del paese e della sua vetusta straordinaria parrocchiale col campanile per una sera aperto ai curiosi che vorranno «arrampicarlo». TUTTO QUESTO accade oggi a Vione, paese dell'Alta Valcamonica che sorge appoggiato alla montagna tal quale un balcone aperto all'infinito. Per mille fortunati la certezza di godere godurie culinarie uniche e irripetibili; per tutti gli altri visitatori la possibilità di vivere la festa beandosi di felice ospitalità e di bellezze racchiuse tra le pietre millenarie di case e chiese di un paese che, come ribadiscono il sindaco Mauro Testini e il collante dell'organizzazione Giancarlo Sembinelli «è il più bel paese del mondo, abitato da gente amabile e schietta, dove il buono che c'è è tutto da gustare e il bello tutto da vedere». Il buono, ovviamente, lo si trova nei (quasi) diecimila «calsù» preparati dalle donne del paese e serviti in ragione di almeno sette pezzi a testa dai solerti volontari, negli assaggi di formaggi e salumi, nelle succulente pietanze al sapore di montagna, nella lussuriosa torta secca (specialità unica e rara) e in quell'amaro di erbe nato col nome di «noreas» e oggi cittadino del mondo. Il bello di Vione, invece, si può ritrovare tra i viottoli lastricati di sassi, negli archi che sorreggono le vecchie case e le esili finestre, tra i tabià e i fienili che ancora mantengono la loro originale fisionomia, nelle santelle votive e negli affreschi murali che esaltano le antiche devozioni. Soprattutto, il bello è racchiuso nella sua stupenda parrocchiale, dove sono custodite una monumentale ancona (realizzata nel 1621 da Giuseppe Bulgarini) ricca di statue e di decorazioni, preceduta dall’altare maggiore a tre padiglioni (opera degli scultori Pietro e Domenico Ramus) dotato di uno stupendo paliotto (realizzato verso la fine del 1600 da Clemente Bucella). Se potete, non dimenticate i ruderi dell'antica Accademia, vera fucina di pensatori e studiosi. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

L.COS.
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