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14.04.2018

Spie, fucili e patrioti nell’intrigo di Prevalle

Una foto d’epoca di Palazzo Morani:  la residenza della famiglia Cantoni fu al centro dell’intrigoGian Galeazzo CantoniIl deputato Giacomo Monicelli
Una foto d’epoca di Palazzo Morani: la residenza della famiglia Cantoni fu al centro dell’intrigoGian Galeazzo CantoniIl deputato Giacomo Monicelli

Non solo fantasmi e storie maledette, sacrifici e oscure presenze: a Prevalle Palazzo Morani si conferma il custode silenzioso di racconti e gesta forse dimenticate, ma comunque memorabili. In paese se ne parla, eccome, di nuovo una chiacchiera diffusa anche grazie a quanto pubblicato da Bresciaoggi un mese fa: tra le tante storie ce n’è una in particolare che si dice avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo. Una storia di complotti e guerriglieri, ricostruita nel dettaglio in questi giorni grazie alle ricerche curate dall’ex sindaco Paolo Catterina e dal gruppo di storici da tempo al lavoro per preparare un volume «che faccia memoria dei caduti e dei combattenti prevallesi». Il periodo storico è quello della Grande Guerra: correva l’anno 1914, e anche l’Italia era divisa tra pacifisti e interventisti. Ce n’erano anche a Prevalle, di infervorati irredentisti che speravano di far saltare la Triplice Alleanza - siglata nel 1882 tra Italia, Germania e Austria-Ungheria - e soprattutto di riportare il Trentino sotto la bandiera tricolore. Tra di loro anche i giovani fratelli Cantoni, i figli del Cantoni che aveva acquistato il celebre Palazzo: Romagnoso e Gian Galeazzo, che insieme ad altri volti noti dell’epoca - su tutti il celebre Cesare Battisti - tentarono di organizzare un «putsch» varcando il confine con il Trentino (oltre Ponte Caffaro) armati di fucili e baionette, per scatenare l’ira austriaca. «UN INTRIGO storicamente comprovato - racconta Catterina - che emerge dalle memorie affidatemi dall’ultima discendente dei Cantoni, Maria Teresa, scomparsa da poco e che rilancia il Palazzo al centro di un affare di armi e spionaggio, il progetto di un’azione che aveva come intento quello di provocare un incidente diplomatico con l’Austria e rompere gli indugi neutralisti per fare entrare l’Italia in guerra». Tutto studiato nei minimi dettagli, come riferito da Tullio Marchetti, generale e agente dei servizi segreti che raccontò la faccenda nel libro intitolato «Un progettato sconfinamento armato in Giudicarie» e pubblicato nel 1935. Erano dei «congiurati», la parte attiva di un piano di cui si parlava già nel settembre del 1914: tra i protagonisti anche Damiano Cis, commerciante che si stabilì a Lavenone, Ettore Tolomei, Achille Cadego di Gussago, Giacomo Tirale di Brescia, il deputato bresciano Giacomo Bonicelli che per primo avrebbe esposto il progetto al capo del governo Antonio Salandra. «Bonicelli a febbraio venne nel mio studio e mi chiese se sarei stato disposto a gettarmi in un’impresa ardita, e io aderii subito», scriveva Gian Galeazzo Cantoni, avvocato e socio legale del deputato. TUTTO SI ORGANIZZÒ: i 40 fucili con baionetta recuperati a Brescia, altri 50 fucili e 40 moschetti da Verona, l’incarico alla ditta Toschi e Castelli di costruire altri 150 fucili «con annessa baionetta e cinghia», le pistole automatiche richieste alla Metallurgica Bresciana. Le armi in viaggio da Verona a Desenzano e Vestone, l’ipotesi di nasconderle a Palazzo, il preventivo dell’impresa (calcolato in circa 40mila lire), il ritrovo a Cerreto di Bagolino per organizzare l’attacco, le incursioni programmate al Riccomassimo e sui sentieri per Lodrone. «Tutti sanno, anche Salandra - continua Catterina - che tiene l’impresa come una carta da giocarsi». Siamo in aprile, la situazione precipita: il 24 maggio l’Italia entra in guerra, senza bisogno del colpo di mano che sarebbe partito da Prevalle ma che comunque rimarrà nella storia. Così come rimarrà nella storia la terribile guerra che aprirà il secolo breve. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandro Gatta
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