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31.10.2018

Soldati da riabilitare Una storia di guerra e di corte marziale

Il titolo, «Il nome negato», anticipa già piuttosto chiaramente la vicenda, drammatica e triste insieme, raccontata nell’opera dello studioso vobarnese Fabrizio Galvagni che, edita dalla Compagnia delle Pive con il sostegno di Anpi e gruppo alpini di Vobarno, sarà venerdì al centro di una vernice. SI TRATTA di una ricerca che oltre a scavare nella storia restituisce dignità al monumento ai caduti della Grande guerra e, soprattutto, ai tanti vobarnesi che hanno perso la vita al fronte. Succederà appunto venerdì sera, a partire dalle 20.30, nella sede del gruppo alpini in via Irene Rubini Falck, ma intanto c’è qualche anticipazione sui contorni della storia. È necessario risalire nel tempo al 3 aprile 1918 quando nella trentina Ala venne eseguita la condanna a morte del caporale vobarnese degli alpini Amerigo Rizzardini. Era stato accusato di «rifiuto di obbedienza e rivolta a mano armata», ma sullo sfondo c’era solo una banale rissa tra commilitoni. Quando il processo si celebrò a villa Malfatti l’esito era già scontato. Vittima un giovane vobarnese in armi che lottava per la Patria, colpevole solo di avere un carattere irascibile e di reagire con le mani alle parole offensive di un ufficiale. Un atto vietato dalla disciplina di guerra, ma certamente non così grave da meritare la fucilazione come se a commetterlo fosse stato un traditore, e l’ignominia che ne seguì, che coinvolse anche tutti gli altri caduti vobarnesi per «colpa» del padre di uno di essi. Infatti, quando il 5 giugno del 1921 a Vobarno si inaugurò il monumento alle vittime della Grande guerra, sull’epigrafe non comparirono i nomi degli scomparsi. Successe appunto per l’intervento di un congiunto che affermò: «Se mettete il nome di quel traditore, non azzardatevi a mettere quello di mio figlio». Non era un traditore, e adesso, con «Il nome negato», 19esimo quaderno della Compagnia delle Pive, si pone rimedio a una grande ingiustizia. •

M.PAS.
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