Con Laura Boella risuonano voci di donne «belle, eleganti, divine»

La filosofa Laura Boella ieri all’auditorium San Barnaba FOTO ONLY CREWIl pubblico, attento e partecipe, del Festival LeXGiornate FOTO ONLY CREW
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La filosofa Laura Boella ieri all’auditorium San Barnaba FOTO ONLY CREWIl pubblico, attento e partecipe, del Festival LeXGiornate FOTO ONLY CREW
La filosofa Laura Boella ieri all’auditorium San Barnaba FOTO ONLY CREWIl pubblico, attento e partecipe, del Festival LeXGiornate FOTO ONLY CREW

Un incontro che folgora, che incanta e contamina. Un incontro capace di cambiare ciò che siamo: il tutto e il nulla nascosti dietro alla vista di un paesaggio, all'ascolto di un suono, al mormorio di voci. L'incontro può cambiare abitudini, pensieri, è capace di stravolgere la nostra identità. Un incontro nell’incontro che ha contagiato i pensieri della filosofa Laura Boella, ieri all’auditorium San Barnaba protagonista delle seconda data del Festival LeXGiornate animato dal tema «Voci di donna». Perché fu proprio durante il lockdown che Boella scoprì che nel gennaio del 1956 la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann assistette, al teatro della Scala, alle prove generali de «La Traviata» con Maria Callas nel ruolo di Violetta. Due donne «belle ed eleganti e che già all’inizio della loro carriera erano considerate divine. Celebrate ed osannate». Su un palco scricchiolante e davanti a una platea vuota, «una voce come un arcobaleno, sulla città nebbiosa e grigia» di Milano, provocò qualcosa di profondo. «Dall’indifferenza di Bachmann verso l’opera al successivo entusiasmo esploso grazie alla presenza scenica e alla sublime voce di Maria Callas, in grado di far risuonare gioie e dolori, fragilità, emozioni profonde. Tra di loro si insinuò il desiderio della voce umana della vita - descrive Boella -, di un’arte che non mortifichi la bellezza riducendola a intrattenimento». Ed è attraverso il loro incontro che la filosofa ha cercato di andare oltre le celebrità, contro «l’immagine di una donna costretta a scegliere tra la vita ordinaria e il talento», annullando gli stereotipi che fanno della «grandezza della donna un problema, perché è facile fare della grande donna un mito, soprattutto se caratterizzata da una morte precoce e tragica, proprio come fu per Callas e Bachmann. Molto più difficile, invece, addentrarsi nelle esperienze quotidiane, di luoghi comuni». Ma, come diceva la scrittrice austriaca riferendosi alla soprano, bisogna soltanto «rivendicare una bellezza umana e prendere la realtà delle persone nella loro infinita varietà». Un’ammirazione che va ben oltre: le due Divine che molto hanno in comune, anche il vivere, ognuna a proprio modo, «sul filo del rasoio». Dentro la scena, sempre esposte, ma allo stesso tempo capaci di far risuonare la propria voce umana. Diverse le donne portate sul palco del San Barnaba: dall’eco della voce della pensatrice Hannah Arendt convinta che «la grandezza è impossibile da scambiare con la fama acquisita dalle opere», a Giuseppina (una topolina di Kafka) cantante di un popolo che, però - dramma dell’artista - non ama la musica. Ma sono molte altre «le figure femminili che mostrano come la grandezza richieda coraggio, orgoglio e amore del mondo. Vuol dire fare qualcosa di più: condividere, comunicare le proprie qualità personali, dar voce all'intelligenza, al talento, allo spirito di sacrificio perché risuonino in una società sorda e distratta». Marta Giansanti