Dostoevskij, il coccodrillo e la normale mostruosità

Dostoevskij ritratto da Vasilij Perov
Dostoevskij ritratto da Vasilij Perov
Dostoevskij ritratto da Vasilij Perov
Dostoevskij ritratto da Vasilij Perov

Un grande – incredibile – coccodrillo sonnecchia all’interno di una vasca di zinco nel negozio di animali esotici di un lussuoso centro commerciale. La sua pacatezza, lo fa sembrare finto. Così, almeno, appare agli occhi dello sprovveduto Ivan Matveic: uomo affetto da implacabile curiosità. In questo caso, mortale, giacché dopo aver pungolato la bestia per verificarne la reale esistenza in vita, viene ingoiato in un sol boccone. È questo l’incipit de «Il Coccodrillo», una novella che Dostoevskij pubblica nel 1865, cioè ben prima dei romanzi che lo identificheranno come uno dei più grandi scrittori. Si tratta di una narrazione in linea con una tendenza narrativa che sviluppa una matassa grottesca intrisa d’ironia e metafore, senza precipitare nell’inquietudine kafkiana: alla Gogol, insomma. La tragedia tale non è: sopravvissuto all’attacco, Ivan è vivo e vegeto nella pancia del rettile, ma se nel Pinocchio di Collodi Geppetto s’era attrezzato per sopravvivere al meglio, l’Ivan di Dostoevskij trova il modo di far quattrini con quella bizzarra condizione in cui si ritrova. I media si scatenano, e i curiosi accorrono per vedere l’uomo «ospite» del coccodrillo. Ivan riceve anche personaggi famosi, e condivide la fama col rettile, da una tinozza sistemata al centro del salotto di casa sua. Emerge per intero il culto del benessere e del profitto nelle moderne cattedrali degli shopping center, tanto da far apparire come normale la mostruosità di un coccodrillo che ha ingoiato un uomo. Adelphi ripropone questo testo per la sua coerenza con un tempo che amplifica la domanda sottintesa dalla novella all’avvento della società delle macchine, dell’industria, dei media: cosa siete disposti a fare pur di raggiungere successo e notorietà? Agli estimatori dei vari X Factor l’ardua sentenza.