«E ti vengo a cercare» al Pax Il ritorno di Andrea Scanzi nel nome di Franco Battiato

di Gian Paolo Laffranchi
La mitica pubblicità dei divani Busnelli, protagonista Franco Battiato: l’idea nacque dal genio di Gianni Sassi. Era il 1971Andrea Scanzi: giornalismo, teatro e tv FOTO LEONARDO CENDAMO/Getty Images
La mitica pubblicità dei divani Busnelli, protagonista Franco Battiato: l’idea nacque dal genio di Gianni Sassi. Era il 1971Andrea Scanzi: giornalismo, teatro e tv FOTO LEONARDO CENDAMO/Getty Images
La mitica pubblicità dei divani Busnelli, protagonista Franco Battiato: l’idea nacque dal genio di Gianni Sassi. Era il 1971Andrea Scanzi: giornalismo, teatro e tv FOTO LEONARDO CENDAMO/Getty Images
La mitica pubblicità dei divani Busnelli, protagonista Franco Battiato: l’idea nacque dal genio di Gianni Sassi. Era il 1971Andrea Scanzi: giornalismo, teatro e tv FOTO LEONARDO CENDAMO/Getty Images

«Non escludo il ritorno», cantava Franco Califano. Andrea Scanzi va oltre il Califfo: quando si parla di Eventi Macramé e c’è un suo spettacolo in tour, la congiunzione astrale è garantita. Così venerdì 24 marzo il giornalista - e scrittore, drammaturgo, opinionista - risalirà sul palco del teatro Pax di Provaglio d’Iseo per mettere in scena un nuovo omaggio ad un gigante della musica (della cultura) italiana. Dopo gli approfondimenti dedicati a Giorgio Gaber (raccontato tante volte, una devozione che è stata anche tesi di laurea) come a Fabrizio De André, Ivan Graziani e Pink Floyd, ora tocca al maestro Franco Battiato. «E ti vengo a cercare» è anche un libro, edito da Paper First. Per il pubblico franciacortino sarà un tandem, voce narrante più musicista: Scanzi sarà affiancato da Gianluca Di Febo, che alternerà i racconti all’esecuzione dei brani più significativi di un repertorio senza eguali. L’attesa c’è: il settore numerato è in via di esaurimento in prevendita. Eventi Macramé ha pensato di proporre un’accoppiata con l’altro appuntamento primaverile in cartellone: il 14 aprile Alberto Bertoli dedicherà un concerto al padre Pierangelo. Prezzo del pacchetto, 45 euro (anziché 55) con sistemazione in poltronissima numerata. «Tornare qui è sempre un piacere: Gianluca Serioli ha creduto in me fin da subito», ricorda Scanzi. «So che mi ha inserito nel libro sulla storia di Eventi Macramé: una gioia. La stima è reciproca. E le serate bresciane sono sempre coincise con pienoni». Battiato si faceva chiamare ancora Francesco quando fu lanciato proprio da Gaber. Il suo percorso di tributi teatrali è fatto di affinità elettive? Sì. Battiato era straordinario. Non solo musicista ma pittore, scultore, regista, documentarista. Non si è mai fermato né accontentato. Mai uguale a se stesso, proprio come Gaber, Battisti, Fossati, pochi altri grandi. Non si è ripetuto come fanno certi cantautori da trent’anni a questa parte. E non mi riferisco a Vasco. A sua volta Franco Battiato contribuì a lanciare Edoardo Bennato nel 1973, in un festival alternativo a Civitanova Marche. Non so se lo cooptò dichiaratamente, di sicuro era l’headliner della rassegna che sdoganò sul palco un Bennato che non era ancora Bennato, ma che fu riconosciuto come tale subito dopo. Prima i discografici lo bastonavano: hai una brutta voce, dove vai con quell’armonica... Serviva spessore artistico, all’epoca, per emergere. Lo ha ricordato nei giorni scorsi Renato Zero riferendosi a Rosa Chemical, della serie «la colpa non è dei giovani acerbi, ma di chi non li prepara». Ebbero bisogno di essere formati geni come Battisti e i Beatles. Perché non succede più, in Italia? Perché non ci sono più i discografici come Micocci, che esasperava Alberto Fortis ricavandone per tutta risposta un capolavoro come «Milano e Vincenzo». Ci sono ancora i talenti, mancano i talent scout. I nuovi cantautori sono i rapper? Me lo dicono in tanti, ma non ne so abbastanza. L’hip hop vive di featuring e gioco di squadra. Lo praticava anche Battiato, alla faccia di chi lo considerava un irraggiungibile asceta. Sia nello spettacolo sia nel libro definisco Battiato un rivoluzionario in servizio permanente. Si è messo in gioco dall’inizio alla fine, cambiando sempre. Non è solo «La voce del padrone», ha cominciato con il pop anche bruttino di fine ’60 per passare dalla fase sperimentale al ritorno al pop del grande successo d’inizio ’80. Poi il misticismo, una fase più rock nei ’90... A un certo punto nei ’70, dopo aver conosciuto Giusto Pio, si era messo in testa di essere un grande violinista. Amava le persone che lo costringevano ad andare in mondi diversi, come il filosofo Manlio Sgalambro. Stimava i Csi e ha collaborato con Morgan, ha valorizzato Milva, lanciato Alice e Giuni Russo. Come lo definirebbe? Era un inquieto, più musicale che testuale. Ha sempre varcato i confini. Un cantautore sui generis, anche per questo non sempre compreso, pure lui bastonato qua e là. Dicevano che non era abbastanza impegnato, politicizzato. Quante vite ha vissuto? Almeno 10, 15. Mi piace il fatto di provare con questo spettacolo a raccontarle tutte. È ovvio che il periodo migliore è quello fra il ’78 e il ’98. Ma senza gli esordi di «Fetus» e «Pollution» non ci sarebbero stati «Patriots», «Gilgamesh» e «Caffè de la Paix». Aveva saputo pianificare l’exploit de «La voce del padrone», quando firmò con la Emi e in testa aveva l’idea precisa di avere successo. Centro pieno. Con un particolare: riuscì ad essere commerciale e pionieristico nel contempo, cambiando radicalmente il pop italiano. La sua bellezza è la sua complessità, che va raccontata. Bellezza nella complessità, come «Summer on a solitary beach». Una canzone irrinunciabile che proponiamo nello spettacolo. Sapeva arrivare così in alto da farlo sembrare basso. «Centro di gravità permanente» è un trattato di filosofia pura. Pezzo preferito? «Prospettiva Nevski» mi cava proprio l’anima. Sorprese in serbo? Stavolta uno o due brani li canto anch’io. Faremo il bis insieme al pubblico.•.