Eliot e il Nord Italia il «Gran Tour» di un premio Nobel

di Enrico Gusella

Sulle orme del Grand Tour, di quei viaggiatori, studenti e artisti che fra ’600 e ’700, dai Paesi nord europei, intraprendevano viaggi-studio in alcune città italiane – Verona, Venezia, Firenze, Roma, Napoli - simboli dell’arte italiana e dei classici del Rinascimento. Così è anche il viaggio in Italia di Thomas Stearns Eliot (1888-1965) che, nell’estate 1911, studente 23enne alla Sorbona di Parigi, intraprende il proprio tour all’insegna dell’arte e delle bellezze del Nord Italia. Ora il suo inedito taccuino di appunti, prende vita nel libro «Viaggio in Italia» (pp. 144, 48 illustrazioni, 16 euro) edito da Morcelliana nella collana «Parola nell’Arte», tradotto da Nadia Ramera e con un’introduzione di Marco Roncalli. Un libro che, per molti versi, si richiama a quei protagonisti del Grand Tour, come Milton, Thomas, Byron, Harvey, Goethe. Un viaggio che parte da Verona e si spinge a Vicenza, Venezia, Murano, Padova, Ferrara, Bologna, Modena, Parma, Milano, Pavia e Bergamo. Con stile diretto, immediato e un po’ graffiante Eliot annota visivamente i tanti monumenti e bellezze incontrate lungo il suo viaggio. A Verona, la prima tappa, è subito grande fascino ed ammirazione per San Zeno Maggiore i cui «bassorilievi a formelle quadrate sono particolarmente belle. Le figure della balaustra del coro sono splendide». Piazza delle Erbe è «straordinaria e pittoresca». Si riparte per Vicenza. Qui è la «grande bellezza e anche bel giardino» di Villa Valmarana. Ma «splendida» è anche la Basilica Palladiana, «in una bella piazza». E poi Venezia che fa scaturire in Eliot giudizi diversi come in San Marco dove «la Piazza non è così attraente come Piazza delle Erbe a Verona. È grande e maestosa ma ha un aspetto stranamente pragmatico». Ma poi la stessa San Marco lo impressiona rapidamente. Infatti «l’opera è di primissimo ordine d’eccellenza – i bassorilievi dei santi, i capitelli, le estremità, le finestre e la composizione di pietra policroma». E il Palazzo dei Dogi «ha dei pinnacoli gotici che sono i più straordinari che io abbia mai visto». Assai severo risulta con Giotto a Padova a proposito del quale scrive: «La cappella comprende gli affreschi, ma gli affreschi non decorano la cappella». Ma sembra poi correggersi scrivendo che «Giotto è un grande narratore, anzi, un grande drammaturgo». Mentre nella Basilica del Santo «gli affreschi di Altichiero nel transetto destro sono belli...». Ed ecco Ferrara: «La facciata della Cattedrale è ancora splendida, uno dei più straordinari caratteri dello stile lombardo”. Bologna, invece, “ha una piazza davvero splendida (Piazza del Nettuno). Fontana nobile ma non di mio gusto. Il grande rilievo della Madonna (Palazzo Comunale) è davvero straordinario e un 'opera di talento”. A Modena, la Cattedrale «è il modello più perfetto di chiesa longobarda che ho visto». E severo è sulla Certosa di Pavia che definisce «il frutto di un’arte corrotta». Ultima tappa è Bergamo dove a San Bartolomeo è «un Lottto straordinario» e «l’Accademia Carrara è una delle più appaganti gallerie che conosco». Così, con ritmo incalzante si susseguono note e appunti del viaggio in Italia di un giovane studente della Sorbona, in seguito poeta, critico e drammaturgo e, nel 1948, Nobel per la letteratura: Thomas Stearns Eliot. •