IL CINEMA NATO DALLA MATERIA

Il cast de «Il buco» con il regista Frammartino ha sfilato sul red carpet di Venezia con tute e caschi d’epoca
Il cast de «Il buco» con il regista Frammartino ha sfilato sul red carpet di Venezia con tute e caschi d’epoca
Il cast de «Il buco» con il regista Frammartino ha sfilato sul red carpet di Venezia con tute e caschi d’epoca
Il cast de «Il buco» con il regista Frammartino ha sfilato sul red carpet di Venezia con tute e caschi d’epoca

Tutto nasce dal basso e poi va su. Baratri, voragini, profondità smisurate e smisurati silenzi. Eppure l’abisso non è mai stato così vivo, così umano, non solo in senso metaforico. «Da neofita colpisce come l’interno del pianeta somigli all’interno del corpo, quei vuoti sembrano laparoscopie». Avvicinarsi, lambirli, ispezionarli e sublimarli, per Michelangelo Frammartino, regista de «Il buco», film vincitore del Premio Speciale della giuria alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 2021, è stata un’esperienza rivelatoria: «Le grotte sono un fuori campo assoluto, anche perché la notte eterna che regna al loro interno sembrerebbe quanto di più ostile alla macchina da presa. Eppure, chi ama il cinema sa bene che il fuori campo, l’invisibile, rappresentano la sua ‘sostanza’ più profonda». Indagata attraverso lo sguardo di un vecchio pastore, unico testimone del territorio incontaminato descritto sfiorando il mistico, nell’opera che lo stesso regista (1968), ospite in sala, presenterà alle 20.30 al Nuovo Eden, dove il film resterà in programmazione fino a lunedì. Nero su nero, un’ode al buio pesto: nel 1961, una squadra di giovanissimi speleologi lascia un Nord in pieno boom economico e intraprende una campagna nel meridione rurale, fino all’entroterra calabrese del Pollino. Tra Cerchiara e San Lorenzo Bellizzi, esplora l’abisso del Bifurto e dopo interminabili giorni di immersione ne tocca il fondo: - 687 metri, al tempo la terza grotta più profonda del mondo. «Mi colpisce la coincidenza che speleologia, cinema e psicoanalisi abbiano il loro battesimo nella stessa data, il 1895» fa notare Frammartino, animato da sensibilità onirico-antropologica, fra viaggi interiori e squarci di pura bellezza. «Nel gennaio 2007 - ricorda - Antonio La Rocco (Nino), sindaco del paese calabrese dove stavo girando ‘Le quattro volte’, anch’egli speleologo, mi portò a fare un giro del Pollino. ‘Devi vedere le meraviglie di queste montagne!’, disse. Per poi condurmi in una dolina dove si poteva vedere un magro taglio nel terreno. Ero perplesso, deluso. Il sindaco, invece, entusiasta e fiero, gettò in quel vuoto un grosso sasso, subito inghiottito dall’oscurità. Il fondo era così profondo che non si vedeva né si sentiva nulla. Quella scomparsa, quella mancanza di risposta, mi diede un’emozione fortissima. Richiamandomi a sé anni dopo: nel 2016, Nino organizzò una campagna esplorativa per cercare di sbloccare il ‘trabucco’. Lì incontrai Giulio Gècchele, 82 anni, che guidò la prima spedizione nel 1961: fu allora che si accese la lampadina…». Del resto, osserva il regista, contestualmente abbagliato dalle figure di Andrea Gobetti e Tullio Bernabei, gli autori del sotterraneo, «il mio è un cinema che parte dalla materia, dai luoghi e dai suoi abitanti, e funziona secondo un canone inverso: prima colgo gli stimoli, solo in un secondo momento arriva la scrittura. L’esperienza sul set è stata intensa, eccezionale, grazie anche a un gruppo di lavoro che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo». Straordinario il contributo di Renato Berta, direttore della fotografia, «tra i grandi occhi del Novecento: quando ha scoperto il nero assoluto si è incuriosito, ha lavorato con l’entusiasmo di un ragazzino, alla faccia dei 76 anni e dei 120 film alle spalle (e che film!). Poi il suo talento strabiliante è emerso con prepotenza. Venezia? La temevamo, avvertivo il peso della responsabilità. Fortunatamente il film è piaciuto e ho tirato un sospiro di sollievo. Ora lo stiamo presentando anche all’estero. Nel mentre ho già individuato un nuovo progetto, si è creata un’idea: avrà sempre il Sud al centro, ma con connessioni proiettate oltreconfine».•. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Elia Zupelli