IL NAZISTA
CITA KANT

di Paolo Vidali
Adolf Eichmann (1906 – 1962) al processo: venne impiccato nel ’62Immanuel Kant, filosofo (1724- 1804)
Adolf Eichmann (1906 – 1962) al processo: venne impiccato nel ’62Immanuel Kant, filosofo (1724- 1804)
Adolf Eichmann (1906 – 1962) al processo: venne impiccato nel ’62Immanuel Kant, filosofo (1724- 1804)
Adolf Eichmann (1906 – 1962) al processo: venne impiccato nel ’62Immanuel Kant, filosofo (1724- 1804)

Chi in questi giorni ha visto «The Eichmann Show» non ha assistito solo ad un film. Non ha seguito soltanto le riprese del processo intentato all’ingegnere dello sterminio. A ben vedere ha assistito ad un esperimento di filosofia. La linea difensiva di Eichmann fu quella di aver eseguito gli ordini, di aver fatto il proprio dovere di soldato in guerra. Ma quello che non molti sanno è che Eichmann sorprese tutti, durante l’istruttoria, citando correttamente la «Critica della ragion pratica» di Kant e si appellava al suo imperativo categorico.

Si potrebbe dire che conoscere la filosofia non basta ad evitare un genocidio. Ma la questione è più complessa. Cosa scriveva Kant e perché un gerarca nazista, responsabile dello sterminio di milioni di ebrei, lo usa a sua difesa? Serve un balzo indietro nel tempo per capire la sua filosofia morale, e seguire quattro mosse. La prima si chiama libertà. Si ha un’azione etica solo se siamo liberi di agire. Sotto costrizione agiamo necessariamente, senza vera possibilità di scelta: non ha un valore morale ciò che facciamo, né davanti a un tribunale né davanti alla nostra coscienza.

La seconda mossa è un rifiuto. Prima di Kant tutti i filosofi avevano variamente definito il bene (l’utile, la felicità, la volontà di Dio...), ma nessuno era riuscito a far prevalere la propria visione. Kant rovescia il tavolo e cambia la prospettiva: non dobbiamo definire il bene, come fosse un contenuto. Dobbiamo piuttosto stabilire che forma deve avere la nostra azione per essere definita «buona». Un’etica universale può essere solo un’etica «formalista», basata sulla struttura della nostra azione e non su un valore scelto come bene. Ma se non parto da un valore, come faccio a sapere qual’è la forma che rende buono un comportamento?

Per rispondere Kant inventa una sorta di test. E’ la terza mossa. Quando compiamo un’azione chiediamoci cosa accadrebbe se, generalizzandola, potesse diventare una legge universale. Reggerebbe? Sarebbe auto-contraddittoria? Si manterrebbe il senso di quell’azione? Serve un esempio. Nel Far West, un mondo pieno di violenza e povero di leggi, uno sceriffo ha in custodia un assassino reo confesso, in attesa del processo. Alle porte della prigione arrivano armati i parenti dell’ucciso e chiedono che sia consegnato per fare giustizia sommaria. Come agire? Se non lo si consegna scorrerà del sangue: si preserva una vita a costo di perderne sicuramente altre. Si rispetta la legge ma si permette che muoiano delle persone. Se lo si consegna si preserva se stessi, si sacrifica la vita di un assassino dichiarato, ma si viene meno al compito di proteggere il prigioniero. Nelle scelte etiche si tratta di decidere tra almeno due valori. E non è facile.

Qui scatta il test di universalizzazione di Kant. Non badare ai valori in gioco, ma concentrarsi sulla forma. Prendi la tua azione, trasformala in una legge (Kant direbbe una massima), portala a livello universale e vedi che cosa succede.

Se si consegna il prigioniero la massima diventa: «Ogni volta che, per rispettare la legge, rischi qualcosa di importante per te o per gli altri, puoi non rispettarla». Potrebbe valere universalmente? Se fossi Dio potrei metterla tra le leggi universali? Le leggi stesse diventerebbero provvisorie e insignificanti. Le norme non varrebbero molto di fronte a un interesse rilevante. Ogni rischio di perdita sospenderebbe il valore degli ordinamenti, o degli impegni presi... Consegnare il prigioniero è una scelta che non resiste al test di universalizzazione.

Consideriamo allora l’alternativa. Se non si consegna il prigioniero, la massima diventa: «Fai sempre rispettare la legge, indipendentemente dalle conseguenze, anche a costo della tua vita». Questo principio può diventare universale. La legge sarebbe rispettata, ma anche la vita. E’ la legge stessa il modo migliore per proteggere la vita di tutti e di ognuno, assassini e innocenti, fino a che un processo, e non la vendetta del più forte, stabilisca la condanna.

Questo esempio ci porta diritti ad Eichmann e al suo citare Kant. «Ho solo obbedito agli ordini», disse. «Era mio dovere di soldato farlo», anche se gli ordini comportavano lo sterminio di milioni di persone. Durante l'istruttoria dichiarò di aver sempre vissuto secondo i principi dell'etica kantiana: «Quando ho parlato di Kant», affermò, «intendevo dire che il principio della mia volontà deve essere sempre tale da poter divenire il principio di leggi generali». Infatti, se fosse ammesso disobbedire agli ordini quando non sono condivisi, che senso avrebbe la disciplina militare, l’esercito, la difesa in armi della patria? Insomma, citazione corretta, applicazione giusta. Allora è Kant che sbaglia?

Ecco la quarta mossa del filosofo tedesco, un correttivo essenziale per stabilire se la nostra azione è giusta o sbagliata: «Agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come un fine, e mai unicamente come un mezzo». Siamo tutti strumento per gli altri. Il medico è il mezzo che usa il paziente per guarire. Il paziente è il mezzo utilizzato dal medico per guadagnarsi uno stipendio... Siamo tutti mezzi, scrive Kant, ma non siamo solo dei mezzi. Dobbiamo intendere gli altri sempre anche come fini.

Ma quale era il fine degli ebrei rinchiusi ad Auschwitz? Erano persone da spogliare di tutto, da usare come schiavi, da sfruttare anche da morti. Non gli si riconosceva alcun fine. Erano solamente ingranaggi di un’impressionante macchina di sfruttamento. Non basta eseguire gli ordini, se questo comporta asservire un altro uomo fino a renderlo solo strumento dei propri interessi. Ecco cosa non sapeva Eichmann di Kant. Ma qui nasce un dubbio. Kant non cercava forse la forma del bene? L’umanità come fine non significa reintrodurre un contenuto, un valore assoluto, un bene in sé? La risposta non può che essere positiva. Kant ha cercato un’etica formale, ma alla fine ha dovuto introdurre un valore, l’umanità, da rispettare sempre e comunque. Kant non è stato perfetto nel mantenere le sue premesse, in particolare quella di cercare un’etica solo nella forma dell’azione. Ma è come se avesse immaginato, con 150 anni di anticipo, il rischio di una tragedia, quella messa in atto da chi usa gli uomini solo come strumenti per i propri fini. Prendi un filosofo, immergi il suo pensiero in una tragedia e sperimenta la sua teoria. Se la cambia, se la corregge, diventa un filosofo imperfetto. Forse, proprio per questo, il suo pensiero continua ad interrogarci.