L'INTERVISTA

Giordano Bruno Guerri: «La cultura di destra? Oggi è più liquida»

di Gian Paolo Laffranchi
Lo storico, saggista, autore di numerosi libri sul Ventennio, apre un faro dopo la vittoria di Giorgia Meloni. «Dio, patria e famiglia? Non si può ripartire solo da qui»

Gli antichi avevano ragione (quasi sempre).Vox populi vox dei, dicevano; la storia però la scrive chi la fa, ergo i suoi luoghi comuni si possono sfatare. In Italia la destra è assimilata al fascismo ormai da un secolo, adesso la destra ha vinto le elezioni: dunque l’Italia è fascista? No, anzi, tutt’altro. Ne è certo Giordano Bruno Guerri, impegnato da tempi non sospetti in un’opera di defascistizzazione. «La cultura di destra oggi è liquida, filtra in modo disomogeneo ma è dappertutto - sottolinea il presidente del Vittoriale degli Italiani -. Oggi non c’è alcun pericolo di fascismo, se per fascismo intendiamo una dittatura di destra che non è nell’interesse di nessuno resuscitare. E se anche lo fosse, l’Europa non ce lo permetterebbe».

L’Italia s’è destra: ma fu vera destra?
Lo dirà il tempo se è stato un voto di protesta, ispirato da un moto d’istinto simile a quello dei tanti che si sono astenuti, o se rappresenta un pensiero più strutturato. L’elettorato italiano è volubile e l’ha dimostrato. Storicamente qua siamo sempre alla ricerca di un salvatore. In tempi recenti il ruolo è toccato a Berlusconi, ai 5 Stelle, a Draghi... Tralasciando Monti e Ciampi. Era successo con i socialisti, ma anche con Mussolini. L’Italia è sempre alla ricerca di qualcuno che le risolva i problemi.

Stavolta i panni di Mr. Wolf toccano a Giorgia Meloni.
Ma il salvatore dev’essere sempre nuovo: è uno dei motivi del successo di Fratelli d’Italia, insieme alla bravura della sua leader. Giorgia sa come porsi, è preparata sui temi caldi. Era così anche da ragazza, da ministro per la gioventù.

Dio, patria e famiglia: su questi pilastri si fonda la destra, nei suoi valori anche culturali?
Non può ripartire solo da qui, nel 2022. La cultura di destra è qualcosa di molto più ampio e moderno; in questo senso, mi sento uno dei responsabili di questo successo elettorale. Ho raccontato chi erano Giuseppe Bottai e Curzio Malaparte quando nessuno li sdoganava. Discorso che vale, naturalmente, anche per d’Annunzio. Porto avanti queste idee fin dal primo libro, che pubblicai per Feltrinelli dando scandalo. E fu un caso clamoroso la mostra sugli anni ’30 voluta a Milano nel 1982, con la socialistissima giunta Tognoli e Pillitteri assessore alla cultura.

È chiaro che anche durante il fascismo sono state fatte cose non dico buone, ma belle sì. Nel cinema, nel design, nell’architettura. Tutto questo veniva regolarmente ignorato, quando cominciai a scriverne. Per qualcuno significava essere nostalgici, rimpiangere il passato, e così si sarebbe favorito un ritorno della dittatura. Invece l’Msi ebbe un crollo. Io non provavo nostalgia, volevo semmai rompere il tabù di una destra esclusivamente ottusa, ripescando personaggi dimenticati. Malaparte è l’esempio più chiaro: veniva etichettato come un voltagabbana, non si poteva neanche parlarne. Ora lo pubblica Adelphi.

Se dovesse definire oggi la cultura di destra?
Giusto parlare non tanto di posizioni politiche, quanto di atteggiamenti mentali verso problemi reali e d’attualità. Non dico che si debba dimenticare il passato: in Italia esiste una destra che ha sempre sofferto quando veniva associata al fascismo, e c’è stata anche un’altra destra, quella riconducibile a Malagodi, considerata forza conservatrice vicina ai ricchi, agli industriali. Oggi però le nuove generazioni hanno altri linguaggi, sentir parlare di post-fascismo, di conservatori e progressisti per loro lascia il tempo che trova: non hanno niente da conservare.

«Nessuno è più a destra di me», disse Giorgia Meloni in un’intervista rilasciata a Claudio Sabelli Fioretti.
Ma è una leader giovane e sa che ai giovani una destra dai tratti nazionalisti, antichi, non può piacere. Conservatrice di cosa? Solo dei musei, direi. Giuseppe Prezzolini diceva che esistono diverse destre: quella che sento mia è la destra libertaria, che difende il valore dell’individuo e della sua libertà. È sempre stata minoritaria ma c’è, basterebbe coltivarla perché fiorisse e crescesse. Può essere quella che ha un futuro, e sarebbe un bene. È una destra unificante visto che ha molti valori in comune con la sinistra. Io in passato sono stato vicino al Partito Radicale, sono favorevole all’eutanasia, ai matrimoni gay e all'accoglienza. Tutt’altro che bacchettone, tutt’altro che reazionario. 

«Liberale, liberista, libertario, ex libertino»: una volta si definiva così. Ci si ritrova?
Sì. Io credo nell'apertura verso il mondo, una vera apertura mentale. E credo nella libertà individuale.

Enrico Silvestrin, deejay e attore molto attivo in rete, ha detto pubblicamente di non aver votato: non ne fa questioni di parte politica, semplicemente per lui nessun partito aveva messo la cultura al centro dei propri piani di buon governo 

Io capisco il suo punto di vista, non sarà il solo ad aver ragionato così. Ed è assolutamente doveroso sostenere la cultura, un mondo che necessita investimenti nonostante quanto di buono ha fatto Dario Franceschini dando vita a un ministero di serie A. Il denaro nella cultura non si spende, si investe: ciò che si dà torna indietro nel lungo periodo. E si deve investire nella crescita delle persone, nella loro formazione, affinando il gusto per la bellezza e per l'accoglienza. Per quanto riguarda gli aspetti pratici, le sovrintendenze dei musei, si può migliorare in tutto. Ma prima di mettere mano occorre capire tutti che si tratta di un'attività fondamentale per il Paese.

Se toccasse a lei questo ministero, cosa farebbe?
Io credo che Giorgia Meloni chiamerà un politico per questo ministero, non un tecnico. Sarà una attività centrale, che dovrà caratterizzare il suo governo. I professionisti di questo settore, della cultura e dello spettacolo, si aspettano un interesse reale, concreto, non di facciata.

Fra un mese l'insediamento di un governo di destra, proprio a cent'anni dalla marcia su Roma: scherzi del destino.
Ma questo governo sarà guidato da una donna, segnale ulteriore di come questa destra non abbia niente a che vedere con il fascismo. Dovrà essere una destra economicamente orientata verso il mercato, improntata a un liberalismo deciso, distante dallo statalismo, ma con una politica sociale assimilabile a quella di sinistra.