La storia dell’industria e un museo necessario

di Magda Biglia
Marcello Zane ha presentato il suo volume su industria bresciana e design
Marcello Zane ha presentato il suo volume su industria bresciana e design
Marcello Zane ha presentato il suo volume su industria bresciana e design
Marcello Zane ha presentato il suo volume su industria bresciana e design

Non solo tondino, non solo contoterzisti da filiera meccanica, ma aziende da prodotto finito, bello, particolare. «La storia dell’industria bresciana è anche design, con centinaia di storie da made in Brescia e migliaia di oggetti entrati nelle case, funzionali certo ma anche eleganti». È il senso del libro «Forme. L’industria bresciana e il design: una lunga storia», Liberedizioni, dello storico Marcello Zane che lo ha presentato dal palco dell’Arena Meeting Agrobresciano, accompagnato da due esperti, docenti della materia, Piergiorgio Zendrini e Mauro Martinuz che ne hanno sottolineato i passaggi. È un percorso che parte sin dall’800 quello indagato in un volume ricco di immagini, «basato non solo su documenti o sugli archivi aziendali, per altro scarsi, ma sul racconto dei manufatti stessi e su testimonianze orali». Nel testo compaiono brand come Beretta e Reguitti, Flos, Serafino Zani, Gnutti, Glisenti, ma anche altri meno conosciuti o scomparsi come Palini di Pisogne, Pasotti Legnami, vincitori del premio Compasso d’oro. Sono imprese bresciane che si occupano di tutto, armi, giocattoli, rubinetti, pentole, posate, casalinghi, lampade. Che hanno avuto rapporti con archistar come Giò Ponti, Terragni, e con designer internazionali, ma che li hanno sempre messi in rapporto con la propria organizzazione interna, con l’imprenditore tuttologo che aveva le sue idee sull’estetica, sul catalogo, sulla promozione e sulla vendita, sulla preparazione dei commessi viaggiatori, che sapeva muoversi per le commesse pubbliche (necessità belliche, arredi scolastici). Excursus lungo, dal 1851 dell’esposizione industriale a Londra. «Gli industriali bresciani hanno sempre guardato fuori dai loro confini, un bene, un’apertura, dettata però anche dalla carenza di formazione locale» hanno sottolineato i due docenti. «Una carenza tuttora pesante» secondo Zendrini, con l’insuccesso anche di un tentativo universitario che non ha fermato l’appeal milanese per gli studenti. Un caso a parte è quello di Lumezzane, con ritardi all’inizio nell’attenzione al design, ai nuovi materiali e al brevetto, poi dagli anni Trenta il lancio, spinto anche dalla concorrenza locale. «Cominciato però con un’innovazione non tanto nelle forme quanto nei macchinari. Anche lì è la proprietà che decide, le forme mutano in base ai costi per coniugare funzionalità, sobrietà e ornamento» ha rimarcato Zane, riferendo che oggi molto è cambiato, grazie alle nuove generazioni e alle sfide divenute globali. Una curiosità è stata rilevata da Martinuz: già nel 1921 si parlava della necessità di un museo dell’industria da far nascere dove ha senso e basi, come formazione, come sensibilizzazione del pubblico. Siamo nel 2022 e quel museo, sognato e progettato, ancora non c’è nella sua intierezza.