Luglio 1944, terrore a Cevo

Partigiani in Valcamonica
Partigiani in Valcamonica
Partigiani in Valcamonica
Partigiani in Valcamonica

Nell’autunno del 1943 si costituirono in Valcamonica le prime formazioni di resistenza al fascismo: una tra Darfo e Cividate e l’altra in Valsaviore. Per contrastarle, fu inviata sul posto una vera e propria banda paramilitare composta da detenuti reclutati nelle prigioni: la Banda Marta, che si sarebbe presto macchiata di diversi crimini. Il suo compito era duplice: reprimere i movimenti di ribellione e stanare i collaboratori civili dei partigiani. La banda interpretò il compito ricevuto nel modo più violento, rendendosi responsabile di episodi di vero e proprio banditismo. Nella frazione Isola di Cedegolo, l’unità della Gnr comandata da Gino Febbrari, già Commissario del Fascio Repubblicano di Bagnolo Mella, era deputata a presidiare la centrale idroelettrica. Unità che era stata attaccata il 30 giugno dalla 54ª Brigata Garibaldi, con la perdita di quattro militi. Febbrari fu catturato e fucilato. Da parte sua, la Brigata Garibaldi lamentò un’unica perdita: quella di Luigi Monella di Cevo. In buona sostanza, la Grn aveva subito uno smacco. Che andava vendicato. Vendetta consumata il 3 luglio, in occasione del funerale del partigiano Luigi Monella. Sotto il comando del tenente colonnello Ernesto Valzelli, la Gnr, unitamente al battaglione paracadutisti «Mazzarini», salì in Val Saviore con il chiaro intento di mettere in atto la più feroce rappresaglia. Avvisati dell’arrivo della colonna, i 23 partigiani presenti a Cevo, sotto il comando di Parisi, cercarono di organizzare la resistenza tenendo impegnati i fascisti per qualche ora, ma alla fine dovettero desistere, ritirandosi. Gli uomini della GRN rastrellarono Cevo casa per casa, saccheggiando le abitazioni, appiccando il fuoco a molte di esse, ree di esser state rifugio dei partigiani. La rappresaglia lasciò sei morti sul terreno. L’incendio del paese durò per tre giorni. I suoi sinistri bagliori proiettarono luci di morte su tutta la valle. Alla fine della rappresaglia, si contarono 151 case distrutte, 60 rovinate o saccheggiate. I senzatetto furono ben 800 sui 1200 abitanti. Nel luglio del 1979, a 35 anni dall’eccidio, la memoria di quelle vittime della ferocia nazifascista fu onorata con un monumento e col Museo della Resistenza della Valsaviore. •. Pino Casamassima