Obiettivo Franco Piavoli «La macchina fotografica mi ha aperto un mondo»

«Pioppeto»: le fotografie esposte al Macof risalgono ai primi anni ’50Il regista gardesano Franco Piavoli: in mostra una trentina di suoi scatti
«Pioppeto»: le fotografie esposte al Macof risalgono ai primi anni ’50Il regista gardesano Franco Piavoli: in mostra una trentina di suoi scatti
«Pioppeto»: le fotografie esposte al Macof risalgono ai primi anni ’50Il regista gardesano Franco Piavoli: in mostra una trentina di suoi scatti
«Pioppeto»: le fotografie esposte al Macof risalgono ai primi anni ’50Il regista gardesano Franco Piavoli: in mostra una trentina di suoi scatti

Primi anni ’50, le campagne di Pozzolengo scorrono lente, incorniciano silenziosi ritratti di parenti e artigiani al lavoro, momenti di festa e folklore popolare, fieri sguardi paesani e bagliori con vecchi amici d’infanzia (fra cui Ugo Mulas). La Zeiss Ikon a soffietto, un regalo del padre, osserva, cattura, racconta, imprime istanti di luce: «Aveva un obiettivo eccellente, una straordinaria capacità di definizione, enfatizzava ombre e prospettive con formidabile lirismo. Non ho mai più trovato una macchina fotografica migliore di quella». Passerà allora alla telecamera e al cinema - nel quale farà confluire anche il sonoro, elemento fondamentale del suo lavoro di regista sinfonico -, elevandolo a mezzo espressivo d’elezione, senza variare però l’ethos della sua ricerca: descrivere l’essere umano con i suoi stati d’animo e i suoi sentimenti, indugiare sul fluire del tempo, cogliere le metamorfosi di luce, narrare la natura nella sua interezza attraverso il susseguirsi delle stagioni, dei giorni e dei profumi, sfiorandone l’anima con il soffio di un’inquadratura. Nel percorso di Franco Piavoli, dunque, la fotografia non rappresenta una semplice passione giovanile poi abbandonata, ma una fase propedeutica funzionale al futuro sviluppo cinematografico. Concetti, echi, riverberi, corsi e ricorsi (storici ed esistenziali) che il regista bresciano «maestro della natura» - classe 1933, originario proprio di Pozzolengo - ha amplificato ieri durante il «Focus con l’autore» nell’ambito del programma targato MoCa Live, dove ha incontrato il pubblico «per raccontare il suo modo di guardare il mondo dietro una macchina fotografica e da presa». Intersezione espressa nella mostra contestualmente allestita al Macof e curata da Renato Corsini, che fino al 21 novembre schiuderà lo sguardo su una collezione d’antan di ritratti in bianco e nero realizzati da Piavoli nell’epoca aurea del neorealismo fotografico. «Allora già da tempo avevo cominciato a fare disegni e bozzetti, una passione che condividevo con Mulas: insieme facevamo acquerelli, dipingevamo, ci scambiavamo pareri e suggerimenti. Poi lui ha iniziato a dedicarsi sempre più intensamente alla fotografia ed è diventato il maestro che tutti conosciamo, io ho invece approfondito la strada del cinema. Eppure l’immagine mi ha sempre colpito moltissimo: quando per la prima volta ho avuto in mano una macchina fotografica ho scoperto un mondo. Spesso mi torna la voglia di fotografare, ma oggi mi dedico principalmente alla videocamera: esploro nuovi orizzonti lungo cui incanalare i miei sentimenti, il mio pensiero, il mio indagare sul rapporto fra uomo e natura. In questo periodo, ad esempio, sto lavorando sul tema del cibo: l’atto del “nutrirsi“, se ci pensiamo, è un momento fondamentale della nostra esistenza, che spesso diamo per scontato. Lo analizzerò da un punto di vista particolare: soffermandomi cioè su persone e animali che mangiano, da soli, in gruppo, talvolta gli uni con gli altri. Ha già un titolo provvisorio: “Pane quotidiano“».•. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Elia Zupelli

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