OSCAR DI PRATA PITTURA E MISTERO

di Chiara Comensoli
Una delle tele appartenenti alla serie, significativa e stupefacente, «Le donne e l'Eros»Oscar Di Prata: ha saputo dipingere il realismo dell’anima
Una delle tele appartenenti alla serie, significativa e stupefacente, «Le donne e l'Eros»Oscar Di Prata: ha saputo dipingere il realismo dell’anima
Una delle tele appartenenti alla serie, significativa e stupefacente, «Le donne e l'Eros»Oscar Di Prata: ha saputo dipingere il realismo dell’anima
Una delle tele appartenenti alla serie, significativa e stupefacente, «Le donne e l'Eros»Oscar Di Prata: ha saputo dipingere il realismo dell’anima

Corpi fluttuanti su un mare blu ferito e infuso di rosso. Chi prono, chi supino: tutti ugualmente parte del dolore riversato nel flutto. Si tratta de Le isole e le zattere, tetra rivisitazione de La zattera della Medusa di Théodore Géricault. Le zattere, estremo tentativo di salvezza, nella modernità sono molte, non una soltanto, e la florida e ardita libertà che recava in trionfo, tra la folla parigina, la bandiera francese ne La libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix - altra celeberrima opera citata - è ridotta qui ad un teschio di statua, consumata e pietrificata, prigioniera della propria attonita e squadrata immobilità. Impoverita di tutti i valori di bellezza e prosperità che essa, la libertà, mostrava orgogliosa soltanto il secolo precedente. Un piccolo stralcio tricolore sopravvive alla barbarie del presente, logoro e sgualcito, sventolante sopra la gracile spalla dell’idolo di pietra che svetta, spaventato, sopra l’oceano ferito dell’umanità. L’opera di Oscar Di Prata mescola concetti e ambientazioni metafisiche a pennellate corpose e materiche, tuttavia rapide e, a tratti, convulse. In essa, fra colori psichedelici e figure avvolte dal mistero, si celano creature totemiche e altamente simboliche come l’uccello rapace, il lupo e i trampolieri, che gremiscono la tela titolata Gli uccelli. Il rapace è emblema del pittore stesso - che vive predando e suggendo i lacerti di poesia dimenticati sulla terra dall’Arte, riversata in preziosi recipienti sorvegliati dal trampoliere che, a sua volta, simboleggia la leggiadria dell’arte pittorica. Il lupo, unica creatura che non mostra interesse per l’ottima vivanda preservata dagli svettanti uccelli, è impegnato nell’esibizione della propria aggressività: escluso dal simposio dell’Arte, esso è emblema del potere prevaricatore. Quella di Oscar Di Prata è una pittura violenta, che vuole gridare e denunciare le brutture e gli aspetti più perturbanti e oscuri delle res humanae. Nella serie di Le donne e l’eros appare una donna morente, una versione profana e femminea del San Sebastiano dell’iconografia religiosa, trafitta da lame sanguigne e appuntite, come schiacciata ed annullata nell’atto estremo di offrire nutrimento al figlio neonato, attaccato quasi rabbiosamente al petto ferito della madre. Poi compare, su un’altra tela, la figura sofferente di una donna urlante, semi svestita e con un cappio alla gola: le restano addosso soltanto uno stivaletto e le autoreggenti, simboli di una sensualità rubata, violentemente imposta e, a quanto pare, troppo stretta. Accanto a lei una rosa blu, simbolo di sogni irrealizzabili, di fascino e mistero. Poi cardinali, alti dignitari, antiche rovine e corpi - quasi mai ritratti in posizione eretta - dilaniati dall’inquietudine che infesta l’esistenza umana: è pittura della malinconia, della disillusione, del disgusto e dell’attesa. Di Prata fu uno dei maggiori artisti bresciani del ventesimo secolo: nacque il 10 agosto 1910 e lasciò questo mondo, forse ricomposto delle fratture ritratte nelle sue opere - forse no - il 5 gennaio 2006. Se la vita fu un martirio, lui lo consumò per intero. Il pubblico pareva estasiato: moltissime furono le città italiane che ospitarono sue mostre ed esposizioni, moltissimi furono i riconoscimenti tributatigli - come, ad esempio, il Premio del Garda (1934), il Premio Magnocavallo (1938), il Premio Nazionale di Pittura San Remo (1949), il Premio Golfo di La Spezia (1951), il X Premio Suzzara ( 1957). Forse alcuni dei fantasmi che popolavano le sue tele sono gli stessi che l’hanno accompagnato durante le notti di prigionia, scontate lungo gli anni della Seconda Guerra Mondiale, a Yol, alle pendici dell’Himalaya. Prese parte al conflitto come tenente dei Bersaglieri in Africa, dove venne catturato. Del resto, come ci insegnano le indimenticabili scalfitture nelle opere degli artisti e dei poeti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, cosa c’è di peggio, di più segnante, della guerra?•. © RIPRODUZIONE RISERVATA