POGGI, IL BLUES È RESILIENZA

di Claudio Andrizzi
Fabrizio Poggi: in concerto nell’ambito del Festival dei Laghi Lombardi
Fabrizio Poggi: in concerto nell’ambito del Festival dei Laghi Lombardi
Fabrizio Poggi: in concerto nell’ambito del Festival dei Laghi Lombardi
Fabrizio Poggi: in concerto nell’ambito del Festival dei Laghi Lombardi

Notte gardesana con un grande veterano del blues made in Italy: appuntamento questa sera al Castello di Desenzano con Fabrizio Poggi, in concerto nell’ambito del Festival dei Laghi Lombardi, rassegna giunta alla sua quinta edizione con un cartellone articolato in ben 24 tappe sui dieci principali specchi d’acqua dolce regionali. Cantante, armonicista e anche scrittore, Poggi si esibirà alle 21 con la sua storica band composta da Enrico Polverari (chitarra), Tino Cappelletti (basso) e Gino Carravieri (batteria). Cosa deve aspettarsi il pubblico bresciano da questa serata? Il senso primario del blues sta proprio nel suo grande messaggio di resilienza: è una musica nata per sollevare l’animo di persone che non vedevano alcuna via di uscita per la loro esistenza. Anche io quindi spero di riuscire a portare un po’ di speranza: sarà un rito collettivo per esorcizzare la paura del domani, di quello che ci attende dietro l’angolo, senza distinzioni fra palco e platea, come fossimo tutti sotto un’unica veranda in Mississippi. È l’estate del pieno ritorno alla normalità per i live: come sta vivendo questo momento? Molto bene, da quando ho ripreso a suonare ho percepito subito questa grande voglia di tornare ad ascoltare musica insieme. Ci stiamo riabituando a relazionarci con gli altri e anche la musica può far tanto in questo senso. A quando risale la prima scintilla di questa sua lunga love story con la musica afroamericana? A quasi 40 anni fa. Vidi un film in in piccolo cinema di provincia dove un signore suonava l’armonica a bocca: non avevo mai sentito un suono così magico, fui catturato all’istante dallo strumento e subito dopo anche dal blues, perché, anche senza capire le parole, ascoltandolo mi sentivo guarito da tutte le mie malinconie. E questo per un giovane ragazzo nella metà degli anni ‘70 non era poco. Il suo massimo punto di riferimento? Ne ho cambiati tanti, non sono mai stato fedelissimo, ma quando ho cominciato il blues arrivava attraverso gli artisti inglesi, gli Stones, Clapton… poi da lì ho cominciato a risalire per andare alle radici. I Rolling Stones li ha poi incontrati nel 2017 al Madison Square Garden di New York, quando ha ricevuto una nomination ai Grammy per il miglior album blues con «Sonny and Brownie’s Last Train»... Ancora devo scendere da quel palco: essere candidato nella categoria blues al massimo premio americano sfidando i miei padri putativi ovvero i Rolling Stones, che erano a loro volta candidati con «Blues & Lonesome» e che alla fine hanno vinto, è stato come vivere un sogno a occhi aperti. Era davvero più di quanto avessi mai osato sperare, non riuscivo a crederci, ma ho anche dimostrato a me stesso e a tanti giovani colleghi italiani che se credi nei tuoi sogni - e hai anche un pizzico di fortuna - non importa dove sei nato. Quella sera per altro c’era il gotha della musica: ma per il solo fatto di essere arrivato lì tutti mi hanno trattato con grande rispetto, come se fossi uno di loro. Mi sono sentito parte di una comunità: c’era uno spirito davvero incredibile. Ha progetti per un nuovo disco? In verità ne ho realizzati due durante la pandemia, periodo di grande tristezza che ho cercato di riempire registrando canzoni non potendo suonare dal vivo. Non è stato facile, perché per chi fa blues il contatto con il pubblico è qualcosa di veramente intimo e prezioso. Ma ora sono felice di poter portare questi due lavori dal vivo. Voglio che ogni concerto sia il massimo: dopo questo brutto periodo ci meritiamo la musica migliore. •. © RIPRODUZIONE RISERVATA