Stocchetti al Premio «Città di Mestre»

di Alessandra Tonizzo
Amilcare Stocchetti: «Il tramonto delle mille barene» finalista al Città di Mestre
Amilcare Stocchetti: «Il tramonto delle mille barene» finalista al Città di Mestre
Amilcare Stocchetti: «Il tramonto delle mille barene» finalista al Città di Mestre
Amilcare Stocchetti: «Il tramonto delle mille barene» finalista al Città di Mestre

Chi fa da sé fa per tre non vale in... relazione e redazione. Ché quando l'autore (bravo) incontra l'editore (giusto) è (altro) matrimonio: certe cose si fanno (bene) quantomeno in due. Ecco che Amilcare Stocchetti testimonia l'eccezione alla proverbiale regola autonomista: dopo anni di self-publishing, Mazzanti Libri rilega «Il tramonto delle mille barene», romanzo tris-finalista al Premio Letterario Città di Mestre. Insieme a Andrea Gheduzzi e Orlando Ciprian, il matematico professore muove verso Palazzo Candiani, tra i canali veneziani, per sottoporre alla giuria popolare la storia intimista del filosofo armeno Mosè Yaritsan Molin. Domani, ore 18, farà caldo. «Non per la tensione da podio, quello lo si scoprirà a settembre – asciuga Stocchetti –. Però son già contento di aver "vinto" pubblicazione e distribuzione del romanzo: entro nel mercato editoriale, quantomeno da medaglia di bronzo!». Tre vite – cartaceo, digitale e audio libro, secondo l'innovativo Meta-Liber mazzantiniano – ha ora «Il tramonto»; la squadra di Ivo Prandin l'ha pescato in laguna tra 48 opere in lizza, una cattura tutta d'«energia narrativa». «La mia si trova nella descrizione di una vita che mette a posto, come un mosaico, le vite degli altri», spiega l'autore bresciano. Un amplesso di solitudine e innamoramento è la fatica Serenissima di Stocchetti; gli ultimi malati lampi d'esistenza del primo attore sono il testamento ai suoi resti veneti, alle debolezze e ai calli della Storia che col suo colossale piede costantiniano pressa tutti. La luce rossa della laguna addolcisce, dissangua. La marcia in più, tra tutti i suoi manoscritti (cinque già stesi, un sesto ancora in centrifuga) viene in nuce grazie a un trip iberico datato 2017. «Ho sciacquato i panni nell'Atlantico – sorride –: questo libro risente positivamente dell'incontro felice, casuale e fortunato con gente stimolante». L'autore, sempre ritemprato dall'immersione spagnola (scrittura creativa con Sagarna Javier, alla Universidad Menendez Pelayo di Santander; conversation con Jorge Gutierrez Gamon), semina ringraziamenti: lo storico Santo Peli, la guida Roberto Todero, la scrittrice noir Olena Garmasii, l'artista Rossana Giliberti. Con voce emozionata, esercitata – un po' – all'incipiente live. «È una cosa curiosa, per me; vissuta come un bel gioco da giocare appieno. So che non si fanno i milioni, e va bene così. Io ho solo tante storie da raccontare (e detto tra noi non ammiro gli scrittoroni che hanno pareri su tutto, pontificano in tivvù)». Personaggi così, dai nomi biblici e decotti (Verbena fa Giulietta), difficilmente stanno zitti se messi sotto copertina. Ma i tramontati paiono quieti, nonostante il fermento, «solo perché sto lavorando ad altro, due tomi articolati. Scrivere è un parto, finita la gestazione il libro sgattaiola via, ti sta accanto eppure si muove da sé». Mosè allora ne sarà capace: tufferà nelle acque del bailamme di Brescia e Bergamo Capitali della Cultura 2023? «Beh spero di sì, perché più un romanzo respira più l'autore è contento; prima che passi di moda, s'intende: oggi è tutto molto veloce, un'opera si dimentica in fretta. Augurarle d'esistere più tempo possibile è una cosa bellissima».•.