RITORNO A SCUOLA

Addio dad in classe rifiorisce il sapere

di Gianni Zen

Oggi inizia un nuovo anno scolastico, cioè una nuova avventura di vita, di relazioni, di conoscenze, di sperimentazioni educative. Questo vuol dire vivere la scuola. Quest’anno ancor di più, perché senza Dad, cioè senza filtri tecnologici, ma stando assieme e guardandosi negli occhi. E questo vale per i bambini e i ragazzi, ma vale anche o anzitutto per i genitori, come per i docenti. Perché la nuova avventura è per tutti un orizzonte aperto, nel quale non ci sono confini e per il quale si sa come si inizia ma non è detto che si sappia dove conduca la strada e verso quali lidi, al di là di promozioni o di voti, dei diversi ordini, degli indirizzi di studio e delle tante materie, cioè delle varie tappe o forme organizzative del mondo dell’istruzione. È giusto, perciò, augurare a tutti buona avventura. Sapendo, in primis, che ciò che conta è lo sfondo educativo, il contesto relazionale, la disponibilità a mettersi in gioco. Rispetto agli aspetti scolastici e conoscitivi in senso stretto. È lo sfondo educativo che conta anzitutto, perché è quello che dà sapore al sapere, che dà gusto ed entusiasmo, che cimenta quel senso di speranza, nonostante le inevitabili difficoltà, che è alla base di un pensiero aperto, dialogico, positivo. E dà quotidiano alimento ed energia ai percorsi della conoscenza e della coscienza che si fa un po’ alla volta autocoscienza, cioè libertà che si scopre responsabilità. Dal punto di vista di genitori e docenti è una bella responsabilità accompagnare i ragazzi alla crescita e alla maturazione. Auguriamo a tutti loro di intenderla come una avventura bella, non asfissiante, e il più possibile disponibile a mettere al centro quello che possiamo chiamare il «metodo della libertà». Cioè quello sguardo per cui tutti i bambini ed i ragazzi devono, gradualmente, farsi consapevoli che la libertà è appunto l’altra faccia della responsabilità. Dedichiamo ai genitori e ai docenti un passaggio di un discorso di Roland Barthes (al prestigioso Institut de France): «Vi è un’età in cui si insegna ciò che si sa; ma poi ve ne è un’altra in cui si insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare». Cioè imparare a rimanere sempre vigili e aperti, al di là anche delle proprie certezze, all’idea che la vita e il sapere sono un orizzonte, e l’orizzonte più lo si rincorre più si allarga. È un altro modo per dire sapere, per dire senso della vita, per dire la gioia della ricerca. Ma si può ricercare solo ciò che si sa e non si sa al tempo stesso: per cercare devo infatti sapere cosa cercare, ma proprio perché cerco devo essere consapevole anzitutto di ciò che non so, prima di quello che so. Questo esercizio, questo esercitarsi quotidiano lo si può praticare solo se un po’ alla volta riusciamo a maturare una sorta di gusto interiore. Appunto, il sapere che si fa sapore. Questa è, in soldoni, l’avventura educativa della scuola, che è alla base degli stessi percorsi conoscitivi, ma anzitutto dei percorsi di vita.