Contro la povertà serve solo la crescita

Se, come è augurabile, la pandemia di Covid verrà posta sotto controllo, allora «il superamento della recessione e il ritorno dell'economia mondiale su un sentiero di crescita stabile rappresentano la condizione senza la quale sarebbe arduo ingaggiare la lotta alla povertà e contenere la diseguaglianza». Insomma, la decrescita felice è una sonora sciocchezza, così come è velleitario sconfiggere la povertà con misure tipo il reddito di cittadinanza se queste impediscono all'economia di crescere, come è accaduto di recente anche nel nostro Paese. Pierluigi Ciocca, economista, ex alto dirigente della Banca d'Italia, con una passione per la storia, ha mandato in libreria da poche settimane il suo ultimo lavoro su un tema di grande attualità: «Ricchi e Poveri, Storia della diseguaglianza», in cui affronta con rigore una questione molto controversa in dottrina, e soprattutto oggetto negli ultimi tempi della più cinica demagogia politica. Dal punto di vista storico, Ciocca mette a fuoco una questione molto importante sulle origini e le cause della povertà e della diseguaglianza. Ciocca, seguendo Keynes, sottolinea i difetti del capitalismo, ma riconosce che altri sistemi (come il comunismo) hanno completamente fallito, lasciando una lunga scia di inefficienze che dopo molti anni dalla caduta non sono ancora state superate. Il capitalismo ha tre difetti gravi che Ciocca riassume nella formula delle tre i: instabilità, iniquità, inquinamento. Si tratta di difetti che possono essere corretti con opportune politiche da parte dei governi. L'instabilità, in particolare è insita nelle oscillazioni dei mercati, e può essere curata sia con interventi tempestivi delle autorità monetarie e fiscali (ma in tempi recenti banche centrali e governi non hanno avuto il coraggio di interrompere quella che pure avevano giudicato "esuberanza irrazionale"), sia con interventi ex post, evitando recessioni distruttive come è avvenuto nelle crisi finanziaria del 2008 e sanitaria del 2020.Mentre l'inquinamento non sembra un difetto peculiare del capitalismo, considerando come i regimi comunisti hanno devastato il loro territorio, per quel che riguarda l'iniquità la questione è più complessa. È sicuro che eccessive differenze di reddito tra le varie classi sociali e una estesa povertà sono non solo moralmente riprovevoli, ma anche economicamente non convenienti. È stato dimostrato infatti che una riduzione delle diseguaglianze favorisce la crescita a tassi più elevati. Attenuare le differenze di reddito nell'ambito della società dipende quindi da opportune politiche fiscali e della spesa statale, che però devono essere ben gestite per evitare che un fisco troppo esoso blocchi gli investimenti e la crescita.Ciocca ribadisce che lo Stato deve intervenire quando necessario, ma non ampliando a dismisura la spesa corrente, bensì puntando sugli investimenti capaci di aumentare la produttività, così che il debito pubblico possa essere ripagato grazie al maggiore Pil prodotto. È quindi sulla crescita che bisogna puntare con determinazione, cosa che l'Italia non ha certo fatto da oltre vent'anni. Una cosa è certa: Ciocca non ha nessuna simpatia per una espansione eccessiva e incontrollata dello Stato e quindi del potere politico. «Superamento del capitalismo, capitalismo guidato dallo Stato nell'utilizzo delle risorse e politiche industriali pervasive sono le formule tanto generose e ambiziose quanto astratte, vaghe e inapplicabili che la pandemia ha riproposto». Dubito che nella maggior parte dei casi si tratti di generosità e non di bramosia di potere dei politici che aspirano a conquistare una fetta maggiore di risorse da gestire direttamente. Infine bisogna considerare che la povertà e le eccessive diseguaglianze rischiano di sfociare in un pericoloso indebolimento della democrazia, spingendo i cittadini a rivolgersi verso regimi che apparentemente propongono una maggiore eguaglianza, ma che poi, non riuscendo a garantirla, trovano più semplice eliminare il dissenso e occultare la verità.

Ernesto Auci

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