TUTELA E CRESCITA

Dove porta il «sì» UE al salario minimo

di Francesco Morosini

L’Unione europea ha dato via libera alla direttiva comunitaria sul salario minimo. Poiché i Trattati continentali vietano che Bruxelles legiferi in materia di remunerazioni, la direttiva, senza imporsi sulle normative nazionali, fornisce un quadro generale per politiche salariali eque in tutta l’Unione. Di cosa si tratta, sostanzialmente? Ebbene, il salario minimo, se attuato per legge, imporrebbe nel mercato del lavoro il vincolo di una remunerazione minima che l’imprenditore deve erogare ai propri dipendenti. Molti, però, sono i problemi attuativi, specie per i settori a più basso valore aggiunto. Il rischio è di un’emigrazione aziendale, da evitare. Qui può essere necessario il ricorso alla finanza pubblica che, invece di finanziare il non-lavoro e incentivare la “convenienza” della disoccupazione, compensi mediando tra equità e sopravvivenza aziendale. Il salario minimo è una tematica importante, tant’è che il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco di recente, parlando a Torino, si è pronunciato a favore, purché senza automatismi che, se incorporati nella contrattazione, amplificherebbero l’inflazione. Va evitata l’illusione di tutelare i salari con indicizzazioni che viceversa li penalizza attraverso scatti negli scaglioni retributivi (fiscal drag), come accadde nell’Italia degli anni ’70 del ‘900. Ma il salario minimo distorce, in quanto prezzo amministrato, il mercato del lavoro? Ha connessioni con la produttività, peraltro bassa nel Belpaese? Sulla questione è intervenuta nel 2015 la Bundesbank, la banca centrale della Germania, Paese dove già da tempo esiste una sorta di salario minimo. In quel contesto, la Bundesbank, oltre a vedervi la tutela dei mini-job, nega effetti occupazionali negativi di quello strumento in chiave di distorsione del mercato indotta dalla maggior onerosità delle assunzioni. Conseguentemente, il timore in Italia che imprese senza contratto di lavoro collettivo, poste dinnanzi al salario minimo imposto per legge, licenzino oppure facciano ricorso massiccio al «nero» è, invece che un dogma teorico, soltanto una possibilità da gestire e governare tra Stato e parti sociali. Anche evitando forme di dumping salariale nei settori più deboli da parte di micro-rappresentanze del lavoro. Questione pure da regolare attuando l'articolo 39 della Costituzione sui sindacati: cosa lunare, al momento. Ragionare solo di salari senza affrontare il tema della produttività (più produzione di ricchezza) è distopico. In realtà, secondo l'Ocse, prima della pandemia tutti i Paesi sviluppati stavano perdendo quote di produttività; ma l'Italia è, in questo caso, la maglia nera assieme alla Grecia. Il punto è che la produttività cresce per investimenti, anche in organizzazione, e per applicazioni industriali di innovazioni tecnico/scientifiche. È qui che si deve agire, prima che le differenze di produttività nell'Unione europea e intacchino la tenuta della moneta comune. Diversamente, tutele come il salario minimo servono purtroppo a zero. Ciò che va impedito con ogni mezzo programmatico è che il lavoro cada in forme di sotto-retribuzione, perché la flessibilità al ribasso dei salari, come riconobbe tempo addietro lo stesso Mario Draghi, allora apprezzato presidente della Bce, è anch'essa distorsiva della crescita. Questa è la vera e più importante sfida del salario minimo: ripensare le relazioni industriali per coniugarvi tutela sociale e sviluppo.