Drammi in azienda bengodi a Palazzo

Egidio Maschio aveva creato negli anni Sessanta in provincia di Padova un'azienda di macchinari per l'agricoltura che in quarant'anni di duro lavoro aveva portato ad un livello di eccellenza mondiale. Oltre 320 milioni di fatturato, 2.000 dipendenti, presenza in quasi tutto il mondo. Si è suicidato ieri in ufficio dove era arrivato alle 6,30 come sua abitudine. Aveva 74 anni. I motivi di un suicidio sono sempre misteriosi. A volte ci si sente inutili. La depressione per la perdita della centralità negli affari di famiglia può provocare una depressione che non si riesce a superare. Le difficoltà dell'azienda possono aver avuto un peso. Ma nonostante la difficile congiuntura e la necessità di ricorrere ad un prestito bancario, peraltro di 30 milioni, quindi a prima vista non sproporzionato rispetto al fatturato dell'azienda ed alle sue potenzialità di crescita, non sembra che l'impresa corresse veramente seri pericoli. Tant'è vero che il management e la famiglia hanno ribadito la volontà di proseguire nel piano di investimenti. Certo la difficile congiuntura aveva messo a dura prova le capacità di un imprenditore che aveva sempre protetto i suoi operai e che ora magari non poteva evitare la Cassa integrazione o la riduzione della forza lavoro. Infatti, magari sotto la spinta dei finanziatori, il sig. Egidio aveva dovuto cedere lo scettro del comando a due manager professionisti nominandoli presidente ed amministratore delegato. Sentirsi messo da parte in casa propria deve essere stato un duro colpo.Ma la tragica scelta di Maschio è comunque un monito per il Paese e per la sua classe dirigente. Questi imprenditori e queste aziende sono la spina dorsale del sistema produttivo. Sono proprio queste «multinazionali tascabili» che avremmo dovuto sostenere con tutti i mezzi, sia pubblici che privati. Ma i governi non hanno avuto la forza e la lungimiranza di concentrare la propria attenzione su questo segmento produttivo, e molte aziende non sono state aiutate nel momento più difficile della crisi. la malapolitica ha poi fatto il resto tra ruberie, tangenti e quant'altro. Ma soprattutto non sono state sostenute nei loro progetti di ristrutturazione e rilancio per i quali servono mezzi finanziari, ma anche competenze diverse da quelle dei fondatori. Senza voler strumentalizzare una scelta personale tanto dolorosa, è però importante che tutti noi, ma soprattutto chi ha responsabilità politiche, prenda consapevolezza di quello che si deve fare sia per rispettare il lavoro di tanti bravissimi imprenditori sia per dare un futuro alle eccellenti capacità della produzione italiana. Anche questo può servire a far ripartire un Paese stremato e sfiduciato.