E Milano torna capitale morale

Gli altri distruggono, loro ricostruiscono. Ancora una volta Milano e i milanesi si dimostrano all'altezza della loro fama laboriosa e generosa. Non s'era neanche spento il fuoco delle auto bruciate dai delinquenti vestiti di nero e delle polemiche subito divampate in ambito politico che già i cittadini ripulivano le strade sporcate e i muri imbrattati. E le amministrazioni annunciavano giornate di mobilitazione della gente - sabati compresi -, perché tutti contribuiscano a ridare il decoro che merita il capoluogo lombardo e oggi più che mai mondiale: dall'appena inaugurata Esposizione universale alla contemporanea Turandot della Scala trasmessa in mondovisione. Non il giorno dopo, dunque, ma nel corso stesso dell'umiliante devastazione da parte dei «quattro teppistelli figli di papà», come li ha battezzati il presidente del Consiglio, Matteo Renzi (ma purtroppo non erano soltanto quattro), i residenti hanno reagito in ogni modo. Persino insultando quei manifestanti violenti mentre agivano incappucciati, ossia di nascosto. E buttando acqua contro di loro dalle finestre. Ed esponendo sul balcone la bandiera nazionale in segno di orgoglio per l'Expo «made in Italy», cioè rivendicando l'evento contro il quale quegli altri, invece, inscenavano la guerriglia da marciapiede. L'amore per la propria città si onora rimboccandosi le maniche senza aspettare l'aiuto di nessuno. E rimettendo al loro posto anche le piante e i fiori strappati.
Questo piccolo, grande esempio di civismo mai sbandierato per vanità, ma praticato con riservatezza come abitudine di una collettività colpita nei suoi beni e affetti, è un insegnamento che vale ben oltre la «capitale morale», che così conferma il giusto soprannome. E' la forte reazione etica di ciascuno e di tutti ciò che oggi più serve al Paese per cambiare. La stessa e bella scommessa dell'Expo è frutto soprattutto della volontà dei singoli. Una marea di singoli e spesso di volontari coordinata a livello istituzionale. Ma lo Stato accompagna, asseconda, interviene quand'è necessario: prima viene la dedizione delle persone, imprenditori e lavoratori che non si sono messi a piangere per l'insopportabile ritardo delle opere, ma che giorno e notte l'hanno colmato con il sudore della fronte, consentendo all'Italia di rispettare l'impegno internazionale. Ora i milanesi si ripetono. Non fanno le vittime, non si chiedono se la polizia abbia troppo tollerato o evitato il peggio, ma agiscono. E allora, in attesa che i colpevoli paghino fino all'ultimo per lo scempio compiuto, «siamo tutti milanesi».
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FEDERICO GUIGLIA