La figuraccia

Expo 2030 Roma sconfitta

di Federico Guiglia

Come hanno appena insegnato i campioni del mondo del tennis guidati da Jannik Sinner e Pecco Bagnaia, per la seconda volta trionfatore nella MotoGP, per salire in vetta all’universo bisogna, innanzitutto, crederci. L’umiliante sconfitta di Roma, capitale d’Italia e ancora oggi caput mundi nella percezione internazionale, è lo specchio di un pianeta istituzionale che, da Palazzo Chigi al Campidoglio, passando per la Farnesina, ha dato per persa la partita dell’Expo 2030 prima ancora di iniziare a giocarla. Certo, competere con Riad, che ha stravinto al primo colpo a Parigi, era molto complicato, e lo si sapeva. I petroldollari contro la storia, la bellezza e l’eccellenza italiane: figurarsi da che parte poteva schierarsi, e s’è infatti schierata, la maggioranza dei Paesi-elettori, all’insegna di una geopolitica che privilegia gli interessi persino ai diritti umani. O forse il mondo non sa che in Arabia Saudita regna una monarchia assoluta islamica con tutte le nefaste conseguenze del caso? Ma quando Roma arriva addirittura terza, prendendo la metà dei consensi andati a una città che pochi sanno dove si trovi -Busan, città portuale e neppure capitale della Corea del Sud-, allora l’alibi vale solo in parte. Non è colpa solo dell’impari sfida dei 190 milioni investiti da Riad in ogni parte del globo, ma anche della poco incisiva «campagna d’Italia», se alla fine appena in 17 hanno scelto Roma, anziché gli almeno 60 previsti. Segno che pure la rete diplomatica ha fatto acqua in tutti i continenti. A cominciare da quello nel quale siamo la terza economia: l’Europa. Nell’ora della mortificazione non consola stabilire se la principale insufficienza sia del governo (la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha neppure accompagnato la delegazione a Parigi) o del Comune di Roberto Gualtieri. Di Roma si parla per il Colosseo, certo, ma anche per la sporcizia dei rifiuti, il degrado fuori dalla stazione, l’arrogante mancanza dei taxi, le buche per strada. Realtà che non aiuta, da sradicare in fretta. L’amara verità è che, a fronte dello strapotere dei petroldollari, non è mai decollata quell’alleanza vincente, stile Prodi/Moratti, che poi portò l’Expo a Milano nel 2015. Lavorarono insieme ma, soprattutto, ci credevano. Questa vicenda insegni alle istituzioni, a futura memoria, a non sbagliare più tutti e tutto, se oggi le strade del mondo non portano a Roma.

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