Luci e ombre

Fitto e il Pnrr rimesso in carreggiata

di Antonio Troise

Il primo obiettivo è stato raggiunto: la rimodulazione dei progetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza per evitare di perdere una montagna di fondi europei. Un risultato ottenuto grazie all’abile opera di mediazione di Raffaele Fitto che, da quando ha assunto l’incarico di ministro degli Affari Europei, della Coesione e, appunto, del Pnrr, non si è fermato un attimo. Anche perché si è trovato sulla scrivania decine di migliaia di progetti presentati in ordine sparso e, spesso, già finanziati con altre risorse, sia nazionali sia europee. Il classico «minestrone» di proposte che, per una buona parte, rischiavano di non tagliare in tempo il traguardo inderogabile del giugno del 2026, termine entro il quale le opere finanziate dal Pnrr devono concludersi. Così, dopo una «due diligence» del Piano, il governo ha deciso di spostare i progetti più in ritardo o fuori linea rispetto alle indicazioni dell’Europa su altre fonti di finanziamento. E, indirizzare circa 22 miliardi del Pnrr verso il cosiddetto Repower Ue, il piano per l’efficientamento e l’indipendenza energetica. Il risultato è che oggi il Pnrr non solo è un po’ più «leggero» finanziariamente, 194 miliardi sui 222 previsti in un primo momento. Ma è anche più «snello» dal punto di vista delle opere e delle riforme da completare per ottenere i finanziamenti. Fino a ora l’Italia ha ottenuto poco più di 66 miliardi. Entro la fine dell’anno dovrebbero entrare nelle casse dello Stato altri 35 miliardi di euro della terza e della quarta rata. In tutto, oltre 100 miliardi, che potrebbero effettivamente dare una boccata d’ossigeno all’economia e sostenere la nostra crescita. Un dato su tutti: circa 21 miliardi del Pnrr avranno un impatto immediato sul Pil. Tradotto in soldoni, è come se il governo avesse a disposizione una manovra-bis tutta destinata allo sviluppo. Inoltre, dei 22 miliardi di euro del RepowerUe, 12 finiranno nelle casse delle imprese sotto forma di incentivi. Fin qui, insomma, tutto bene. Ma ci sono almeno due cose da tenere ben presenti. La prima è che dei 194 miliardi del piano, solo 70 sono a fondo perduto. Gli altri li dovremo restituire, sia pure con interessi minimi. In sostanza, dovremo utilizzare le risorse in maniera da far fruttare gli investimenti, garantendo un surplus in termini di crescita e di sviluppo. La seconda, è che abbiamo davanti poco più di due anni e mezzo per spendere tutti i fondi a nostra disposizione. Una corsa contro il tempo che non possiamo fallire. Finora, il governo si è mosso bene, considerando anche che il Pnrr è stato messo a punto dai precedenti esecutivi, con tutte le sue luci (poche) e le sue ombre (molte). Ma ora, con la rimodulazione e il via libera dell’Europa, gli alibi sono finiti e l’esecutivo guidato dalla Meloni dovrà dimostrare, con i numeri, di essere in grado di recuperare il tempo perduto e spendere bene. Fitto ha più volte detto che questa non è una gara di cento metri ma una maratona. Ma un fatto certo: si tratta di una gara che riguarda tutti, dalle amministrazioni pubbliche agli imprenditori privati. L’eventuale fallimento non sarà solo di questo o quel partito ma dell’intero Paese. E, forse, dell’Europa, considerando che il Pnrr italiano è quello, in assoluto, più grande mai finanziato da Bruxelles.

Suggerimenti