L’EDITORIALE

Il caso Ubi e i tempi della giustizia

A tempo ampiamente scaduto venerdì sera è arrivata la sentenza del Tribunale di Bergamo al processo per le presunte irregolarità nella gestione di Ubi Banca che ha assolto Giovanni Bazoli con altri 30 imputati. La vicenda risale all’assemblea del 2013 che decise la nuova governance della banca. Nel frattempo però Ubi non c’è più e Brescia ha da tempo perso il suo principale gruppo bancario diventato ghiotta «preda» di Intesa Sanpaolo. Tutta la vicenda ha quindi il sapore di una cosa vecchia, ma i tempi della giustizia sono questi. Dopo la sentenza Bazoli ha definito «inaccettabile che la vita di incensurati cittadini e stimati professionisti e imprenditori sia stata sconvolta per 7 anni da una vicenda giudiziaria basata su un’accusa totalmente infondata». Come non essere d’accordo. Il processo Ubi però non è un’eccezione, i tempi lunghissimi della giustizia sono purtroppo da qualche decennio la normalità. E lungo è l’elenco di «incensurati cittadini» che hanno dovuto fare i conti spesso a proprie spese con tale situazione. Senza considerare i danni prodotti a tutto il paese da un giustizialismo alimentato a forza con avvisi di garanzia trasformati in sentenze preventive. Strano che il professor Bazoli, per molti anni come presidente di Intesa azionista di riferimento del principale quotidiano italiano, non si fosse finora accorto di questo sistema malato che ha trovato spesso complicità sulle pagine dei giornali con un uso disinvolto di intercettazioni telefoniche e verbali usciti da qualche procura e costruzioni di teoremi accusatori che dopo anni si scoprono infondati.

Piergiorgio Chiarini

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