700 ANNI DOPO

Il «Dantedì» e la lezione del poeta all'Italia

Oggi si celebra il «Dantedì» e, a 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, è tutto un fiorire di iniziative, studi, eventi (purtroppo per ora solo virtuali) per ricordarne la grandezza. Anche a Brescia non mancheranno. Ed è giusto e doveroso mantenere viva la memoria del padre della lingua italiana fuori dai circoli eruditi o dalle aule scolastiche proseguendo con quell’opera di divulgazione che vede impegnato anche il nostro gruppo editoriale. Però, accanto a tutto questo, la domanda da porsi è se l’Italia del terzo millennio sarebbe piaciuta all’Alighieri. Ebbene permetteteci di avere forti dubbi. Perdonerete la zoppicante citazione, ma un passo della Divina Commedia è ben chiaro in proposito. Siamo nel canto sesto del Purgatorio e Dante e Virgilio vedono un’anima che se ne sta in disparte. Si tratta di Sordello, poeta e celebre trovatore italiano. Per farla breve, tralasciando i dotti convenevoli, ecco che dal penitente parte la famosa invettiva nei confronti di un’Italia definita nave senza timoniere in una tempesta. Non più signora delle province dell’impero romano ma bordello. Gli italiani, viene detto, si fanno guerra, anche quelli che abitano nello stesso Comune. E poi a che è servito che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c’è nessuno a metterle in pratica. Si parla del ’300 o dell’Italia attuale? Basterà il «condottiero» Draghi a cambiarne le sorti e traghettarci fuori dal girone infernale del Covid? Al di là delle facili ironie è purtroppo vero che risse politiche, malcostume, corruzione e divisioni restino una costante anche nella storia attuale del nostro Paese. E dunque, nel giorno di Dante, bisognerebbe celebrarne l’opera ma soprattutto metterne a frutto la lezione.•.

Maurizio Cattaneo