Milei presidente

Incognite della nuova Argentina

di Davide Rossi

Furono all’incirca 500.000 le copie vendute per Il manuale del perfetto idiota latino-americano, un testo uscito attorno alla metà degli anni Novanta in cui gli autori accusavano tanto la «destra incolta» quanto la «sinistra sciocca» della folle gestione di politica ed economia degli Stati del Sudamerica. Invero, le loro categorie del politico – per dirla alla Carl Schmitt – sono affatto diverse da quelle cui noi europei siamo abituati a ricorrere: all’imperialismo strettamente connesso al capitalismo coloniale succedette un anti-imperialismo, altrettanto ideologico ed estremista, che proponeva un marxismo imperante sospinto da epici movimenti di guerriglia, preconizzati in figure come Che Guevara o Fidel Castro. Questa sorta di statalismo venne poi condita in salsa locale da ciascuna delle varie Nazioni del Continente: l’Argentina ha quindi conosciuto il peronismo, un movimento politico sincretico – che deve il nome dal suo fondatore Juan Domingo Peron e dalla sua ancor più celebre seconda moglie Evita – dalle forti venature populiste, capace di mescolare elementi patriottici e nazionalisti ad altri socialisteggianti, alla ricerca di una terza via collettivista che larvatamente evocava l’ultimo fascismo. Senza dimenticare che oggi l’Argentina è anche lo Stato che dà i natali all’attuale Pontefice, quel cardinale Jorge Mario Bergoglio «venuto dalla fine del Mondo». Solamente allontanandoci dalle nostre prospettive e addentrandoci in questa selva così poliedrica possiamo cercare di comprendere l’ascesa di Javier Milei, l’ultraliberale appena indicato come presidente dell’Argentina. Le sue bizzarrie sono ormai celebri, dalla motosega brandita durante i comizi elettorali alle provocazioni collegate alla sua ipotetica passione per il sesso tantrico o alle spese folli per clonare il cane cui era incredibilmente affezionato. Ma dietro questa eccentrica esteriorità, che lo ha reso prima un personaggio social, oggi un leader vincente, c’è un Paese malato di una crisi irreversibile, con una inflazione a oltre il 140% e un tasso di povertà che ormai riguarda la metà della popolazione. Con la paura per un futuro che non esiste più e che l’elettorato evidentemente ha cercato di esorcizzare affidandosi a un programma pressoché irrealizzabile, da ultima spiaggia: riduzione del Consiglio dei ministri a soli otto membri, abolizione della Banca centrale, privatizzazione dei servizi pubblici come la sanità e l’istruzione, liberalizzazione delle armi e la paventata rottura delle relazioni con il Vaticano e i Paesi a trazione comunista quali la Cina o il Brasile, fino all’adozione del dollaro come moneta ufficiale. È incontestabile la voglia di rottura di un Paese che non ce la fa più e che affida le speranze a un personaggio eccentrico quanto inesperto. Milei, d’altro canto, pare un uomo solo al comando, potendo fare affidamento su 38 deputati su 257 e sette senatori su 72, senza contare che nessun governatore e nessun sindaco delle città più rilevanti sono dalla sua parte. lo aspetta un compito arduo, mentre il mondo sta a guardare, disorientato e spaesato. Il vero nemico di Milei sarà lui stesso, in quell’arduo passaggio che tutti devono pagare nel passare dalle parole ai fatti, da un progetto ambizioso e radicale ad una realtà cruda e difficile, in cui tanti poteri e contropoteri giocheranno partite diverse, se non diametralmente opposte.

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