DAVANTI A UN BIVIO

Inflazione e «green»: il coraggio di scegliere

di Franco A. Grassini

Fa una moderata impressione, dato il personaggio da cui viene, leggere che un autorevole membro del consiglio della Banca centrale europea, Isabel Schnabel, professore di Economia a Berlino e da un paio d’anni nel board di Francoforte, sostiene che le politiche europee che mirano a un miglioramento climatico mediante l’abbandono dei fossili per realizzare un’economia più verde «pone elevati e misurabili rischi di un’inflazione più alta nel medio periodo». Ci stavamo appena riprendendo dalla crisi provocata dal coronavirus, che un forte aumento dei prezzi dell’energia, ben il 26% rispetto all’anno precedente, per il gas addirittura 4 volte i valori del 2019, ha portato, a partire dalla fine del 2021, anche a un incremento dell’inflazione: nella media europea ora si tocca il 5%. Un record (negativo) per l’eurozona. Sinora la Bce ha cercato di favorire una relativa stabilità dei prezzi intorno al 2% annuo e, diversamente dalla Banca federale Usa, ha ridotto in misura consistente gli acquisti di titoli degli Stati membri. 

La Schnabel ha delineato due possibili scenari per il prossimo futuro. Il primo è che il continuo aumento nei prezzi dell'energia induca i consumatori a ritenere inevitabile l'inflazione e, di conseguenza, si crei una situazione simile a quella degli anni Settanta del secolo scorso, in cui prezzi e salari erano in costante aumento, in una pericolosa rincorsa dalle conseguenze nefaste. Il secondo è che politiche per migliorare il clima come le tasse sul carbone, cui si aggiungono quelle sociali per aiutare le famiglie che hanno difficoltà a pagare gli accresciuti prezzi dell'energia elettrica, abbia un analogo effetto.Tuttavia Schabel, nelle sue conclusioni, non è completamente pessimista, perché pensa e afferma che comunque nel 2024 la Bce potrà ancora praticare le sue politiche di sostegno all'economia europea con aumenti dei prezzi intorno al tradizionale 2%.Non tutti nella Bce la pensano nello stesso modo. Il capo economista Philip Lane ritiene che, pur essendo l'aumento dei prezzi dell'energia un problema, gli stessi siano già in una fase di rallentamento, mentre la crescente produzione energetica, frutto della necessità e delle leggi di mercato, faciliterà una auspicabile prossima discesa.Non è semplice dire chi abbia ragione e se le politiche messe in atto per aiutare le famiglie meno abbienti siano sufficienti. Una sola cosa è certa: gli accordi di Parigi del 2015, raggiunti per contenere le emissioni e dunque frenare il surriscaldamento globale, non sono stati rispettati da tutti i firmatari e se non si provvede rapidamente rischiamo mettere a repentaglio non solo una parte, bensì tutto il pianeta. Le politiche per la tutela dell'ambiente e per la stabilizzazione del clima non devono essere riserva di caccia di qualche partito verde o delle frange ambientaliste più battagliere, ma di tutti: ne va del futuro nostro e delle prossime generazioni.