SCENARI ECONOMICI

Inflazione e tassi crescenti: l'UE trema

di Francesco Morosini

A Jackson Hole, nel Wyoming, la Federal Reserve ha organizzato il 45.mo simposio tra i principali banchieri centrali del pianeta, i vertici della finanza, dell’economia e dell’accademia, dal titolo “Riesaminare i vincoli su economia e politica”. L’obiettivo? Riparametrare le decisioni pubbliche rispetto a un mondo post-pandemico, inflazionato e di fatto col mercato delle materie prime energetiche sconvolto dalla guerra russo/ucraina. Momento decisivo è stato l’intervento del presidente della Fed, Jerome Powell, che ha sottolineato la necessità della lotta all’inflazione. Guai per l’Italia? Sì; e non è un caso se in contemporanea due giornalisti del “Financial Time“ hanno denunciato scommesse di fondi contro il debito sovrano italiano. Niente di scandaloso; anzi, spesso la speculazione funziona da “canarino nella miniera” per segnalare rischi in arrivo. Ovvio, poi, che i suoi adepti provino pure a guadagnarci; ma è il segnale che manda che va considerato. Ovvero che il Belpaese, pur condividendo difficoltà con i partner europei, ha problemi di fondo mai affrontati (anzi, la campagna elettorale mostra la volontà dei partiti di andare in direzione opposta), ma che al primo scoglio emergono.
Poi la capacità di “comprare tempo” salva la Penisola, che però declina (la Bce facendo di necessità virtù, cioè comprando titoli italiani con la vendita di tedeschi, aiuta, forse troppo). Cosa succede, dunque? Che l’Italia, sebbene con la crescita del Pil vada meglio di Francia e Germania, purtroppo ha, come detto, delle debolezze strutturali contro cui i mercati, nei momenti in cui sentono “odore di sangue”, scommettono. Il quadro si fa più preciso allineando le parole di Powell, prodromi di un aumento dei tassi in Usa, il conseguente rischio di maggior onerosità del nostro debito pubblico (politicamente sempre mal giudicato dalla finanza), la guerra del gas e i dubbi (l’Economist per tutti) sulle sanzioni. Elementi perfetti per un Kriminal Tango finanziario ed economico poco augurabile all’Italia. In questo contesto cosa fanno allora i fondi (non tutti)? Prendono a prestito i bond italiani e li vendono (allo scoperto, perché non li possiedono); aspettano che si ribassino e li ricomprano (guadagnandoci la differenza tra vendita e acquisto); infine li restituiscono. Se oggi indovinano, il loro guadagno rappresenterà i nostri guai. Il nostro problema, come riporta il Financial Times, è che per gli investitori siamo l’anello fragile dell’Europa e “provano a segnare”. Il punto è qui e, non a caso, riguarda i rapporti tra Italia e Bce, con però sullo sfondo la Federal Reserve e il suo presidente Powell. La data decisiva è l’8 settembre (giornata impegnativa per la memoria italiana) perché tutti i nodi sopra enunciati potrebbero venire al pettine. Quel giorno, difatti, si riunirà il consiglio direttivo della Bce per decidere se alzare i tassi per contrastare un’inflazione troppo a lungo sottostimata, forse per evitare scontri con la politica di suo sempre ostile alla severità monetaria. Comunque sia, il pericolo di una tempesta perfetta tra guerra del gas e tassi in crescita, ossia di un atterraggio duro di Italia e Ue, c’è tutto. La frenesia dei governi dell’Unione sulla questione energetica mostra che “l’acqua sale”. Le mosse della politica dei prossimi giorni saranno decisive (economia di guerra in materia d’energia?); intanto però, nota il Financial Times, i mercati ci mettono in prima linea. È, il nostro, il duro mestiere, ma voluto, del vaso di coccio. Obbligatorio? No.