Le prospettive

L’economia tra guerre ed elezioni

di Ernesto Auci

Le cifre più attendibili le ha date due giorni fa il nuovo governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenendo all’associazione dei banchieri: lo scorso anno siamo cresciuti dello 0,7% mentre quest’anno e il prossimo staremo poco sotto o poco sopra l’1%. Non è un disastro, ma non c’è da fare salti di gioia. Nella nostra economia alcune cose stanno andando bene. In primo luogo la creazione di nuovi posti di lavoro. Siamo arrivati lo scorso anno a quasi settecentomila nuovi occupati. E non si tratta di precari, ma di occupati con contratti stabili. Non solo. Poi si calcola che le imprese industriali e del commercio avrebbero bisogno di ulteriori 500 mila lavoratori che non trovano, sia nei livelli alti di specializzazione, sia in quelli meno qualificati. Inoltre va molto bene in Italia il tasso d’inflazione ormai sotto il 2%, al contrario di quanto avviene in altri Paesi dove rimane più elevata. Per Panetta, molto esplicito in proposito, questo comporta il rischio che la Bce aspetti troppo a lungo prima di ridurre i tassi d’interesse commettendo un errore analogo, di segno contrario, a quello di due anni fa. Due anni fa aspettò troppo a uscire dalle politiche di «denaro facile» con la conseguenza che l'inflazione si prolungò nel tempo e raggiunse livelli a due cifre che non si vedevano da decenni. Del resto bisogna sempre ricordare che la politica monetaria ha efficacia diversa: nelle fasi di restrizione l'effetto è immediato perché le aziende e i privati riducono subito l'attività, mentre nelle fasi di espansione non è detto che gli investimenti ripartano immediatamente. È il noto fenomeno, osservato più volte in passato, del «cavallo che non beve» anche se l'abbeveratoio è piano di acqua.Ad aggravare l'incertezza ci sono la situazione politica mondiale e i conflitti in atto, in Ucraina e Israele, che vanno proliferando in varie parti del mondo. Ad esempio il semi blocco della navigazione nel Mar Rosso potrebbe provocare in Paesi come il nostro, con una forte quantità del commercio internazionale passare per Suez, una nuova fiammata di inflazione e magari il blocco di qualche produzione per mancanza di materie prime in arrivo dall'Asia.Le guerre non aiutano certo l'economia. E questa situazione è molto difficile da affrontare con determinazione perché nei prossimi mesi si voterà in alcuni Stati chiave per gli equilibri mondiali. Dopo Taiwan ci saranno in primavera le elezioni in Russia. Putin certo vincerà, ma ciò non toglie che il popolo russo cominci ad averne abbastanza della guerra e magari potrebbe disertare le urne o dare qualche voto ad oppositori dell'attuale presidente. Poi ci sono le elezioni europee che pure potrebbero avere un significato superiore a quello del passato: in questo momento si dovrà decidere se affidare all'Europa maggiori poteri in politica estera e difesa, oltre ovviamente in economia, oppure prendere mestamente la strada del nazionalismo che poterà alla rovina molti Paesi troppo piccoli per far sentire la propria voce in un mondo sempre più interconnesso. Poi a novembre ci sarà il voto negli USA. E per noi ci saranno significate differenze se vincerà Trump o Biden.Questo non vuol dire che bisogna abbandonarsi al pessimismo. Le sfide che abbiamo di fronte sono certo difficili, ma anche entusiasmanti. Solo la battaglia contro i cambiamenti climatici richiede saggezza e prudenza e non ideologismi estremisti. Sono proprio questi ultimi che stanno provocando in tutta Europa, ora in Germania già colpita dalla recessione, la rivolta delle categorie a cominciare dagli agricoltori che godono di alcuni benefici tipo la riduzione fiscale sul gasolio per i trattori, che non si possono togliere di colpo, fino a quando la tecnologia non riesca a mettere a loro disposizione prodotti ecologici a prezzi competitivi. Insomma bisogna puntare in questo, così come in altri campi non sui divieti o sulle restrizioni amministrative, ma sugli investimenti in ricerca e sullo sblocco di tante limitazioni che impediscono ai paesi europei di sfruttare le proprie materie prime. Basti pensare, in Italia, alla battaglia contro le trivelle che ha ridotto la nostra produzione di gas da ben 20 miliardi di mc ad appena 2 miliardi. E questo proprio nel momento in cui la crisi con la Russia aveva creato un «buco» nella disponibilità di gas facendo schizzare all'insù i prezzi. In definitiva c'è tanto da fare, ma l'Italia ha delle carte da giocare. Si tratta di avere il coraggio necessario per farlo.

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