L’Italia migliore e la morte in Congo

Morire per la pace, da soli, a 5 mila chilometri da casa. Il mondo con tutte le sue tragedie e terrorismi non si ferma neanche in piena era Covid e dal Congo, la più popolosa Repubblica francofona dell’Africa centrale, arriva la notizia che non si vorrebbe leggere mai. Il nostro ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere che lo scortava, Vittorio Iacovacci, sono stati uccisi in un agguato, mentre viaggiavano in un convoglio dell’Onu formato da due veicoli con sette persone a bordo. Andavano a Goma, città della provincia orientale, per fare il punto sul piano di distribuzione di cibo nelle scuole. Nell’assalto è stato ucciso anche l’autista, Mustapha Milambo. Ribelli del vicino Ruanda, terroristi, delinquenti che speravano in un riscatto? Mentre le autorità del Congo promettono al governo italiano il massimo sforzo «per scoprire chi sia all’origine di questo ignobile crimine», il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si dice «sgomento per il vile attacco contro questi servitori dello Stato». L’Italia è in lutto e scopre fra le lacrime la storia meravigliosa di due italiani con la schiena dritta e il cuore in mano. La meglio gioventù, e purtroppo non è retorica, ma amara verità. Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, il diplomatico di Saronno, 43 anni, sposato e padre di tre figlie e il carabiniere di Sonnino (Latina), trentenne e fidanzato (si sarebbe sposato a giugno): due storie parallele ed esemplari di italiani che credevano in quel che facevano. Farsi carico della sofferenza degli altri, questo era il segno e il sogno della loro vita finita tra gli spari. Lo spirito di servizio era uno stile di vita. Il nostro ambasciatore aveva ricevuto il premio Nassiriya per la Pace. Il nostro carabiniere, appartenente al XIII Reggimento Friuli Venezia Giulia e già paracadutista della Folgore, s'era formato nei reparti d'élite. E s'era dato un compito umile, eppur formidabile: proteggere chi protegge una certa idea del mondo. L'idea di chi ama i ponti al posto dei muri. Di chi vede nell'Africa la speranza e non solo la disperazione. Di chi coltiva la solidarietà come tratto distintivo di un'Italia che non ha paura di calarsi nel dolore dell'universo. 

Federico Guiglia