IL MONITO DI SEGRE

La shoah e il dovere della memoria

di Paolo Rodari

Le parole di Liliana Segre secondo cui «tra qualche anno non resterà nemmeno una riga sulla Shoah nei libri di storia», le dichiarazioni per le quali l’Olocausto rischia l’oblio, non possono in nessun modo lasciarci indifferenti. Quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale, l’annientamento di una fetta di popolazione che viveva pacificamente in ogni angolo d’Europa, quei treni che dall’Italia partirono diretti ai lager nazisti carichi, fra gli altri, di nostri concittadini ebrei, insomma questo grande orrore che ci ha colpito non possiamo permettere che non faccia più parte della nostra memoria collettiva. Lo dobbiamo a chi allora ha perso la vita, certo, ma lo dobbiamo soprattutto a tutti noi. «Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla», diceva il politico e filosofo britannico Edmund Burke, già nella seconda metà del ’700. «Chi non fa memoria del proprio passato è condannato a ripeterne gli errori», dice oggi Segre. E così ammonisce sul rischio che il peggio della storia si riaffacci nelle nostre vite, che la privazione della libertà, le guerre di aggressione, la negazione dei diritti umani, il razzismo, l’odio e l’intolleranza tornino a essere una realtà drammaticamente presente. Se viviamo in un Paese libero e democratico lo dobbiamo anche a chi ha scritto la nostra Costituzione. Come ha ricordato più volte il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il testo venne redatto avendo davanti agli occhi proprio le tragiche vicende che hanno coinvolto Segre da ragazzina, ed è stato approvato con la ferma determinazione di non permettere che i mostri del totalitarismo che avevano devastato l’Europa potessero ancora avvelenare l’Italia e il nostro continente. Eppure, senza memoria, i mostri possono ritornare e riavere una cittadinanza dove si pensava un antidoto li avesse resi innocui per sempre. Non è un rischio lontano. È un rischio reale. Tanti sopravvissuti, tanti di coloro che dai campi di sterminio sono usciti miracolosamente vivi, ce lo hanno detto e continuano a dircelo. Così, fra gli altri, la poetessa ungherese Edith Bruck: «In Europa assistiamo al ritorno di nuovo dell’antisemitismo, è il ritorno della nube nera», ha dichiarato. Se non lo capiamo da soli, fidiamoci almeno di coloro che quel buio l’hanno attraversato e che hanno le giuste antenne per captare ogni segnale di pericolo. Sono tante le iniziative che si possono fare affinché la memoria non cada nell’oblio. Oltre a portare dei pezzi dell’orrore di allora nelle nostre strade e piazze, sarebbe cosa buona e giusta che le scuole portino i ragazzi nei campi che furono di sterminio: perché vedano e non dimentichino. Negli anni recenti le prime pietre d’inciampo sono state posate nelle nostre città, affinché anche il passante più distratto possa interrogarsi sulla vita e sulla sorte di milioni di persone uccise nei lager. È il dolore privato che si fa pubblico, i nomi di chi non c’è più che tornano a risuonare per ognuno rappresentando contemporaneamente una commemorazione personale e un invito alla riflessione civile. Non è un caso che la Giornata della Memoria cada ogni anno il 27 gennaio. Quel giorno del 1945, infatti, il campo di Auschwitz venne liberato sancendo la fine dell’Olocausto. Farne memoria non è un esercizio inutile. Ricordare è la base per essere diversi. È la prima pietra per un presente e un futuro di luce e non di tenebre, la porta attraverso cui entrare perché ciò che è stato non ritorni e, insieme, non cada definitivamente nell’oblio.

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