Lavoro fragile e riforme da fare

Una doccia fredda dopo i dati dei primi due mesi. L'aumento del tasso di disoccupazione registrato dall'Istat a febbraio non significa, automaticamente, il fallimento del Jobs Act e delle politiche economiche varate dal governo Renzi. Nessuno poteva oggettivamente pensare che bastasse una norma o la semplice abolizione dell'articolo 18 per creare migliaia di posti di lavoro. Il tema, come si sa, è molto più articolato e complesso. E gli stessi dati raccolti ieri dall'Istat segnalano una realtà con luci e ombre. È vero che, rispetto a gennaio, ci sono stati 44 mila occupati in meno. Ma è altrettanto vero che, se proiettiamo l'analisi su base annua, il dato si ribalta e il saldo diventa più che positivo: 93 mila posti in più. In ogni caso, le nuove norme sul mercato del lavoro c'entrano poco e nulla. È oggettivamente troppo presto per tracciare un primo bilancio della riforma.
Nella prima fase di applicazione, infatti, le nuove norme sul mercato del lavoro non produrranno un calo della disoccupazione. La decontribuzione salariale e la maggiore flessibilità nei licenziamenti saranno utilizzate dagli imprenditori soprattutto per stabilizzare i contratti di lavoro precari. Solo in un secondo momento, e se le aspettative di ripresa saranno confermate, la riforma potrebbe produrre effetti positivi in termini di nuova occupazione. Inoltre, difficilmente gli imprenditori si sbilanceranno sul fronte delle assunzioni prima di conoscere l'effettiva dote che il governo Renzi riuscirá a individuare nelle pieghe del bilancio della prossima manovra finanziaria.
Ma il vero problema è nelle dimensioni del fenomeno. Con il suo 12,6 per cento di disoccupati, l'Italia è al sesto posto fra i Paesi dell'Eurozona. Se poi ci si limita ai giovani, peggio del Belpaese fanno solo Grecia e Spagna. Mentre, per le donne, la situazione continua a peggiorare, con un forte aumento delle «inattive», di coloro cioè che hanno perfino smesso di cercare un lavoro. Con questi numeri e queste tendenze servirebbe una scossa reale. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che negli otto anni della grande crisi l'Italia ha perso circa il 25 per cento della sua capacità produttiva industriale. E, anche se nelle ultime settimane il nostro Paese ha fatto registrare un forte aumento dell'indice di fiducia dell'economia, il Pil continua a crescere a un ritmo molto più lento rispetto agli altri Paesi dell'Eurozona. È questo il vero spread con il quale, oggi, bisogna fare i conti. Per creare nuova occupazione occorre rilanciare gli investimenti, sia pubblici sia privati. Da questo punto di vista, il Jobs Act da solo non è sufficiente.

ALESSANDRO CORTI