POCHE ILLUSIONI

Le falle del tetto al prezzo del gas

di Francesco Morosini

Il giornalista Henry Luis Mencken, per questo soprannominato «il saggio di Baltimora», diceva che per ogni problema umano esiste una soluzione chiara, semplice e, però, sbagliata. Il dibattito attorno al «price cap» (il tetto al prezzo del gas) lo ricorda. Naturalmente, poiché gli elettori sono sensibili alle bollette in Italia come nell’Unione europea, l’istinto primo delle classi politiche è prendersela col mercato – con una spruzzatina di lotta alla speculazione – e cercare di fare prezzi amministrati, cioè bloccati. Peccato che così sia prendersela con il termometro perché si ha la febbre. Inoltre, il termine «price cap», bello da dire, è ambiguo da definire; e attuarlo lo è ancora di più. Così, conferma la presidente della Commissione europea von der Leyen, la questione resta nel limbo. Se ne riparlerà il 6 ottobre alla riunione dei capi di Stato e di governo dell’Ue. Nel frattempo si comincia a ragionare di misure di razionamento. Inevitabile, perché le tensioni con Mosca lo implicano. Ora per le Cancellerie europee il dubbio è se il «price cap» debba essere applicato solo alla Russia o a tutti i fornitori. Nel primo caso, data la diversificazione delle forniture in corso e i mercati che già la prezzano, ricorda il «chiudere le stalle a buoi scappati» senza sconti d’approvvigionamento. La seconda ipotesi, implicando viceversa la possibile fuga dei fornitori non-russi, potrebbe produrre uno shock di offerta. Con una nota aggiuntiva: il tetto al solo gas russo, cioè proporre a Mosca acquisti di gas a prezzi minori di quelli di mercato, ma certo superiori a quelli del recente passato, potrebbe avere senso in logica meramente commerciale; in logica bellica no e potrebbe portare alla chiusura definitiva dei flussi. Comunque sia, la politica è naturalmente attratta dai prezzi amministrati (polemica con la speculazione incorporata) perché le dà l'illusione di poter agire; forse in parte pure lo è. Ma costosamente, perché il mercato è un po' come il saggio grillo parlante del Pinocchio di Collodi: fastidioso da zittire, ma realista. Ovvero, se in un mercato si rarefà (il gas in questo caso) il prezzo sale. Nel breve c'è poco da escogitare; e quel poco, in fin dei conti, andrà a carico del contribuente. Una via politicamente più facile e attraente per la politica consiste nel «price cap» al prezzo pagato dalle utenze, con lo Stato che integra la differenza tra prezzo in bolletta e il costo «reale» dell'energia. Il fatto è che per i partiti la crisi energetica fa presto a trasformarsi in crisi industriale e in problema di ordine pubblico. Di qui la corsa a esso; tant'è che lo stesso decreto Sostegni ter del governo segue questa filosofia: utilizzare il guadagno fiscale della ripresa (crescita nazionale del Pil grazie anche all'inflazione) a favore degli utenti. Basterà? O servirà nuovo debito (scostamenti di bilancio)? Dipende, tra l'altro, dai prezzi, influenzati dalle forniture del gas liquido Usa (molte fonti lo danno per dubbio) e dall'andamento della guerra in Ucraina. Infine, va dissipato l'equivoco che il «price cap» sia alternativo al razionamento. No, perché ogni livello di questo, essendo un prezzo minore di quello di mercato, presuppone un livello di domanda maggiore. Conseguentemente, dovendosi ridurre la domanda per scarsità oggettiva della materia prima, il razionamento segue a ruota. Infatti, la Commissione europea ne parla. Ricordandoci che il mix tra guerra ed energia è tutto meno che un pranzo di gala.