Manovra

Le pensioni e il welfare da rifondare

di Antonio Troise

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, lo aveva fatto capire chiaramente, con un pizzico di ruvido pragmatismo, spiegando, ben prima del varo della seconda manovra economica dell’era Meloni, che bisognava di nuovo mettere mano alle pensioni, chiedendo nuovi sacrifici agli italiani. Probabilmente non c’era altro da fare, considerando la dinamica demografica di un Paese con le culle vuote e in presenza di un quadro dei conti pubblici fortemente influenzati dalle incertezza delle prospettive economiche internazionali. Certo, non siamo tornati ai tempi della legge Fornero, con la manovra sangue e lacrime (anche non metaforiche) dell’ex ministra del Lavoro del governo Monti. La decisione di affondare ancora il bisturi sulla spesa previdenziale, però, anche stavolta è stata dettata, come nel 2011, dall’esigenza di dare un segnale ai mercati e rendere più digeribile, a Bruxelles, l’extra-deficit previsto dal governo nel ’24 per sostenere famiglie e redditi deboli. Ma ormai il nostro sistema previdenziale ha da tempo bisogno di una manutenzione strutturale in grado di garantire i diritti chi ha maturato la pensione e quel patto intergenerazionale che consente all’Inps di pagare, mese dopo mese, gli assegni. Invece, ancora una volta, si prosegue con la politica dei piccoli aggiustamenti, questa volta peggiorativi, che creano confusione e, soprattutto, non consentono ai lavoratori di pianificare pezzi importanti della propria esistenza. Da una parte diventano più stringenti le regole dei pensionamenti anticipati: da quota 103 (62 anni di età e 41 di contributi) si passa a quota 104 (l’età sale a 64 anni), introducendo una sorta di bonus-malus che penalizza chi va via prima e incentiva chi resta al lavoro. Dall’altra parte si frena ancora il meccanismo di rivalutazione degli assegni, chiedendo un sacrificio ai redditi più alti: una versione, insomma, riveduta e aggiornata del vecchio contributo di solidarietà introdotto nelle manovre economiche di qualche anno fa. In realtà è ormai evidente a tutti che, fatte salve le legittime aspettative e i diritti acquisiti, il sistema delle quote ha fatto il suo tempo. Non funziona e, anzi, con l’attuale formulazione, serve solo a mantenere in vita la fiammella di «quota 41» per tutti, annunciata in campagna elettorale ma ormai inattuale. Occorrerebbe, invece, tentare di affrontare il problema a 360 gradi, guardando in profondità alle dinamiche del mondo del lavoro, alle politiche della natalità, separando una volta per tutte la spesa previdenziale da quella assistenziale. Senza una vera e propria operazione-verità sul nostro sistema di welfare, saremo sempre condannati a piccoli ritocchi utili per fare cassa e, soprattutto, per nascondere la testa sotto la sabbia senza affrontare i problemi veri del nostro sistema di welfare.

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